La scossa di terremoto (Magnitudo 4.7) del 31 luglio ai Campi Flegrei non ha per fortuna provocato vittime, nonostante i danni alle abitazioni e il disastroso crollo del costone del Monte Olibano, a Pozzuoli. La sismicità che sta mettendo a rischio un’area popolosa e difficile da gestire è solo la punta dell’iceberg di un particolare tipo di vulcanismo all’interno del più ampio contesto vulcanico della nostra penisola. Descrivere questo contesto può essere utile a fare chiarezza sulla particolarità dei Campi Flegrei e sul potenziale rischio di quest’area.
Non tutti i vulcani sono uguali
I vulcani differiscono a seconda del tipo di magma che li alimenta. Per esempio, il vulcanismo sottomarino emette lave “basaltiche” provenienti direttamente dal mantello, la regione al di sotto della crosta. Sono lave ricche in ferro e magnesio e povere in silicio, e ciò le rende molto fluide e poco esplosive perché i minerali ferromagnesiaci sono poco idratati e rilasciano poco vapore acqueo, la cui pressione causa l’esplosività delle eruzioni.
Le lave che non provengono dal mantello ma dalla crosta sono in un certo senso di “seconda mano”, perché si formano dalla fusione di rocce preesistenti e sedimenti superficiali sottoposti a enormi pressioni e temperature durante l’orogenesi. Questo tipo di lava è detta “riolitica” ed è ricca in silicio e alluminio, che la rendono poco fluida e ricca di minerali idratati; raffreddandosi, la lava riolitica rilascia abbondante vapore acqueo e altri gas che rendono l’eruzione altamente esplosiva e di tipo piroclastico: caratterizzata cioè da emissioni detritiche (ceneri e lapilli) più che da colate laviche.
Sono queste lave ad alimentare il vulcanismo appenninico, incluso quello estinto, i cui resti si estendono dai Colli Euganei al Lazio, passando per la Toscana. In questo contesto rientrano anche i vulcani attivi (escluso l’Etna, alimentato da lave basaltiche) come il Vesuvio, le Isole Eolie e i Campi Flegrei; quest’ultimi hanno però una caratteristica particolare: sono un “supervulcano”.
Che cos’è un supervulcano?
Nonostante il nome, un supervulcano si eleva poco o niente da terra ed è “super” per ciò che nasconde sotto: una camera magmatica enorme, fino a centinaia di volte più grande di quella di un vulcano normale e anche più complessa. Il principale motivo per cui un supervulcano stenta a crescere in altezza è che le sue eruzioni possono essere così violente da svuotare gran parte della camera, facendo sprofondare l’area soprastante: si forma così la depressione vulcanica più o meno circolare chiamata “caldera”.
Nel caso dei Campi Flegrei, una camera magmatica superficiale, intorno ai 4-8 km di profondità, è alimentata da altre camere più grandi e profonde, fino a 20-25 km. Qui siamo molto vicini al limite tra crosta e mantello, ed è probabile che anche quest’ultimo contribuisca ad alimentare la super camera magmatica dei Campi Flegrei.
Le eruzioni del passato
Il supervulcano dei Campi Flegrei è stato protagonista di numerose eruzioni negli ultimi 60 mila anni, ognuna nota col nome dato dai geologi al deposito vulcanico (vedi figura). Tra queste vi sono le due più devastanti mai avvenute nel Mediterraneo: l’eruzione dell’Ignimbrite Campana, avvenuta circa 40 mila anni fa, e del Tufo Giallo Napoletano, avvenuta 15 mila anni fa. “Ignimbrite” è il termine tecnico per il deposito generato da una “nube ardente”, una nuvola di cenere e lapilli incandescenti che scorre velocemente bruciando e seppellendo tutto ciò che incontra.
La caldera prodotta da questi due eventi preistorici è spaventosamente grande: comprende l’area a ferro di cavallo tra Procida e Posillipo, e disegna un supervulcano di circa 12 km di diametro e 200 km2 di superficie, inclusa l’area marina in mezzo (vedi figura). Secondo alcune stime, il volume di prodotti vulcanici emessi durante l’eruzione dell’Ignimbrite Campana fu almeno 40 volte quello dell’eruzione pompeiana del Vesuvio; abbastanza da ricoprire due terzi della Campania sotto una coltre spessa mezzo metro.
Cosa sta succedendo oggi
Negli ultimi quattro mila anni c’è stata una sola eruzione ai Campi Flegrei, quella del Monte Nuovo, nel 1538. Questa può sembrare un episodio lontano e isolato ma, geologicamente, è in continuità con l’attività passata e presente del supervulcano flegreo: dopo periodi particolarmente attivi, l’ultimo dei quali tra seimila e quattromila anni fa, la camera magmatica si sta nuovamente riempendo; in particolare, quella più profonda sta rifornendo quella superficiale, il cui tetto arriva fino a 4 km di profondità. Qui i magmi si raffreddano e in parte solidificano, rilasciando gas che fanno aumentare la pressione che spinge contro le rocce soprastanti. Questo crea il bradisismo e anche le fratture che generano sismicità.
Il terremoto del 31 luglio si colloca in una fase di intensificazione della sismicità e del bradisismo iniziata nel 2022. Prima di questa c’erano state altre due fasi di intensificazione dell’attività: una dal 1969 al 1972 e una dal 1982 al 1984. Dopo quasi 40 anni di “tranquillità”, la fase attuale ha prodotto 76 terremoti di magnitudo > 3, di cui 29 tra il 2022 e il 2024, e 47 tra il 2025 e il 2026; delle nove scosse che hanno raggiunto o superato magnitudo 4, sette si sono verificate nell’ultimo anno e mezzo. Tuttavia, la sismicità, per quanto preoccupante, non è altro che una specie di singhiozzo rispetto alla capacità eruttiva e distruttiva del supervulcano flegreo.
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