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GEOPOLITICA DELLA NATURA vai alla rubrica

Il controllo ecologico del Medio Oriente

La gestione dell'acqua in quest'area è lo strumento primario di esercizio del potere

Il controllo ecologico del Medio Oriente
© samirsmier via pixabay.com

Armando Gariboldi Armando Gariboldi 5 mesi fa

L’ecologia e la geopolitica camminano da sempre sullo stesso binario, ma nel teatro mediorientale la natura non è solo lo sfondo dei conflitti: ne rappresenta l’obiettivo strategico e strutturale. Le recenti e drammatiche escalation militari in territori come la Striscia di Gaza e il Libano meridionale evidenziano un insieme di tattiche e strategie finalizzate all’assoggettamento delle risorse naturali vitali e all’espansione del controllo territoriale da parte di Israele.

I dati storici e scientifici – tra cui le analisi dell’istituto di ricerca svedese SIWI (Stockholm International Water Institute) e i report dell’agenzia ONU UN-Water – evidenziano, per esempio, come la gestione dell’acqua in quest’area sia lo strumento primario di esercizio del potere sovrano, una dottrina geopolitica definita “idro-egemonia”.

Attraverso il controllo militare diretto, Israele gestisce oggi oltre l’80% delle risorse idriche dei bacini sotterranei condivisi (come l’Acquifero Montano in Cisgiordania), lasciando alle popolazioni palestinesi quote minime e spesso inferiori ai 50 litri pro capite al giorno raccomandati dall’OMS.

Nella Striscia di Gaza, il blocco energetico e il bombardamento infrastrutturale hanno di fatto azzerato l’autonomia estrattiva locale, rendendo la popolazione totalmente dipendente dalle forniture della compagnia idrica statale israeliana Mekorot, che parzializza i flussi riconfigurando l’acqua come formidabile leva di pressione politica.

Spostando il focus sul fronte nord, la direttrice dell’avanzata militare nel Libano meridionale ricalca fedelmente i confini idrografici strategici dell’area, puntando al bacino del fiume Litani e alle sorgenti del Wazzani.

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Come documentato dai report del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) e dal Consiglio Nazionale per la Ricerca Scientifica del Libano (CNRS-L), l’occupazione de facto o la militarizzazione delle fasce di confine mirano a intercettare i flussi d’acqua transfrontalieri prima che alimentino l’agricoltura libanese, deviandone il potenziale verso i propri sistemi di irrigazione intensiva.

A questa asimmetria idrica si salda la sistematica annessione e riconversione dei suoli più fertili. Nella Valle della Bekaa e nel sud del Libano, così come lungo il perimetro di Gaza, l’allontanamento forzato delle popolazioni agricole e la distruzione millimetrica delle colture autoctone (tra cui oltre 5.000 ettari di uliveti censiti dalla Banca Mondiale) non rispondono a sole logiche tattiche.

Si tratta di una strategia di desertificazione antropica volta a svuotare demograficamente le aree contese per poi integrarle in “zone cuscinetto” o future colonizzazioni, acquisendo nuovo territorio irrigabile di valore agricolo-produttivo.

Chi controlla le fonti idriche e la terra arabile in Medio Oriente detiene le chiavi della sopravvivenza biologica delle nazioni: pertanto la guerra in corso è, a tutti gli effetti, una pianificata riscrittura della mappa ecologica e sovrana della regione.

 

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