La bicicletta è probabilmente il mezzo più nobile che l’uomo abbia mai inventato, Ivan Illich, nel suo libro “Elogio della bicicletta” fa notare che bici e mezzi a motore sono stati inventati dalla stessa generazione, eppure da sempre sono agli opposti quando si parla di virtù, specie se collegate alla salute e all’ambiente.
Purtroppo, come nei migliori film, il colpo di scena arriva quando meno te lo aspetti, e dopo 200 anni dalla sua invenzione, la bici è stata presa in ostaggio da chi vuole trasformare la montagna in un grande luna park con progetti che ben poco hanno a cuore la natura e l’ambiente.
Il boom del cicloturismo in quota
Incentivare la mobilità quotidiana sui pedali è senza dubbio un programma indispensabile per il futuro, lo stesso cicloturismo è probabilmente la forma di turismo più eco-compatibile che potremmo intraprendere, il problema nasce quando si piega un territorio, con le sue caratteristiche e vocazioni, al volere del mercato portando le bici in luoghi dove mai nessuna gamba avrebbe osato pedalare.
Il CAI stima che i percorsi escursionistici direttamente curati dai propri membri siano valutabili intorno ai 70.000 km, se poi si aggiungono tutti i sentieri gestiti da altri enti e associazioni locali si superano tranquillamente i 110.000 km di percorsi percorribili a piedi. Questi sentieri sono modellati nella montagna a misura d’uomo o animale (le mulattiere), e custodiscono un prezioso bene: la lentezza.
Intensificare o convertire la rete sentieristica di un luogo con nuove vie cicloturistiche significa rompere questo equilibrio che ha custodito quei luoghi di alta montagna apportando al massimo un turismo pedonale, che è comunque il più a basso impatto possibile.
Il prezzo da pagare per assecondare la moda e volersi prendere quella fetta di mercato è rischiare di buttare tutto il resto della torta: vecchie mulattiere, sentieri, boschi, pascoli d’alta quota, ecc.; oggi, sembrerebbe che non ci sia luogo che non debba piegarsi al passaggio di una nuova traccia da percorrere.
Effetti collaterali
“Non è tutto oro quel che luccica” ovvero “non è tutto sostenibile quel che è green”. Le cicloturistiche, specie se in quota, sono le nuove ferrovie che colonizzano l’orizzonte. Ogni nuova strada e apertura nella montagna minaccia l’equilibrio dei cicli che si sono instaurati in quei luoghi, dagli assetti idrogeologici a quelli biologici che insieme modellano il paesaggio.
A minacciare la montagna non è soltanto una questione di ruspe ed esplosivi in fase di costruzione, ma soprattutto la possibilità che queste nuove tracce favoriscano la colonizzazione con ulteriori infrastrutture in futuro da parte dell’uomo… ovviamente, sempre in nome del miraggio di un fantomatico guadagno per la gente di montagna che in realtà si vede privata di uno dei beni più preziosi: la territorialità.
Così, vecchi sentieri calpestati da secoli vengono dilaniati, le mulattiere fatte per durare e lavorare in montagna messe in ombra, e laddove il suolo non è mai stato disturbato, rivoluzionato dalle nuove piste ciclabili, che poco alla volta, si stanno espandendo nel silenzio di valli senza custodi.
In nome del turismo, con promesse di guadagno, si sono costruite una buona parte di strutture e infrastrutture che, a oggi, sono quelle che preferiamo scartare dalle inquadrature delle nostre foto quando andiamo in montagna, spesso anche abbandonate e fatiscenti. Una strada, di qualsiasi natura essa sia, è la prima via per deturpare un luogo, e non fanno eccezione le cicloturistiche quando per realizzarle sfregiano un luogo come una ferita nella carne.
Pedalare nel verso giusto
La parola “cicloturismo” comparve per la prima volta nel 1889, ma è soltanto in questi ultimi anni che, in Italia e oltr’Alpe, sta prendendo piede questo nuovo modo di esplorare il mondo con un vero e proprio boom di appassionati. Chi si approccia al cicloturismo apprezza sicuramente i numerosi vantaggi che comporta muoversi in bicicletta: dalla sensazione di libertà alla consapevolezza del minor impatto sull’ambiente rispetto ai veicoli a motore. Inoltre, molte aree urbane, extraurbane e intere borgate stanno beneficiando dell’intensificarsi della rete cicloturistica, vedendo riqualificate ferrovie dismesse o strade abbandonate adesso percorribili esclusivamente con le bici.
“Pedalare nel verso giusto” significa, quindi, riqualificare infrastrutture esistenti diminuendo il loro impatto ambientale, rivedendone l’utilizzo per una fruizione più ecosostenibile.
Per questo motivo aprire nuovi tracciati cicloturistici in quota non è una soluzione ecosostenibile, in quanto l’impatto generato sarà sempre maggiore rispetto a quello di un semplice sentiero.
Come ha dichiarato Angelo Fedi, Consigliere nazionale e Responsabile area cicloturismo della FIAB (Federazione Italiana Ambiente e Bici), «Il cicloturismo è una forma di turismo attraverso il quale i territori interni possono riacquistare interesse, identità e dignità. La restituzione all’uso pubblico di infrastrutture abbandonate, come sedimi di vecchie ferrovie o strade dismesse, è una delle strade da seguire per riqualificare i territori e renderli attraenti per i cicloturisti.
Altra cosa è l’uso della sentieristica montana per l’escursionismo in e-bike, pratica riservata a una fetta marginale di fruitori, tecnicamente evoluti rispetto alla media, ma che i territori hanno il dovere di tenere sotto controllo al fine di non ripetere gli errori commessi anni fa, quando erano le moto da fuoristrada ad invadere i sentieri. La costruzione di nuove “strade per le biciclette” in quota non ha senso. Piuttosto è necessario regolamentare maggiormente il traffico motorizzato nelle strade carrozzabili esistenti, per favorire una maggiore sicurezza dell’utente in bicicletta».
L’Italia è uno dei Paesi al mondo più densamente urbanizzato, le infrastrutture e la mano dell’uomo non si è fermata neanche sulle pendici delle montagne, intensificare ulteriormente la viabilità vorrebbe dire perdere quegli ultimi angoli di natura e di storia rimasti intatti.
Prendendo in prestito il pensiero di un agricoltore americano, nonché uno dei più grandi filosofi contemporanei, Wendell Berry, mi domando anch’io: «Fino a che punto siamo disposti a sacrificare la natura selvaggia in nome dei nostri interessi?».
Ci sarebbe ancora molto su cui discutere, ma penso che questa domanda possa far riflettere coloro che hanno il compito di decidere, governare e non ultimi tutti noi, di fatto promotori di qualsiasi movimento e moda, molto più che qualsiasi ulteriore approfondimento.
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