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etica e moda

Il peso sull’ambiente e sui lavoratori della moda

Il peso sull’ambiente e sui lavoratori della moda

Anna Colucci Anna Colucci 30 Set 2016

«Too much of a good thing can be wonderful» ovvero «Il troppo di una buona cosa può essere meraviglioso».

A dirlo fu un’icona dello stile come Mae West, la diva del cinema Anni ’30 famosa per i suoi aforismi.
Ma siamo davvero sicuri che sia proprio così? Pensando all’industria della moda verrebbe da dire il contrario. La disponibilità infinita di vestiti a basso prezzo che oggi ci consente di esprimere noi stessi entro un budget limitato (cosa di per sé positiva) ha un rovescio della medaglia. Dietro tanta quantità si nascondono, infatti, i problemi dell’impatto ambientale e della miseria umana che quest’industria genera, ormai troppo evidenti per essere ignorati.

Infatti, non vi è nulla di bello nel vedere un fiume completamente inquinato da coloranti tossici o assistere alle condizioni nelle quali i lavoratori dei famosi “sweat shops” si ritrovano a lavorare.

La velocità con la quale quest’industria propone capi nuovi sta sviluppando nelle persone una vera e propria dipendenza da vestiti. Una semi-schiavitù che ha portato all’acquisto annuale di 80 miliardi di capi. La quantità di vestiti comprati è così alta perché sempre più frequentemente quest’ultimi sono visti come prodotti usa e getta.

È necessario diventare più coscienti dei nostri comportamenti e degli effetti che questi hanno sull’ambiente e sulla società. Il che non significa smettere di comprare abbigliamento ma semplicemente tornare ad essere meno impulsivi nelle nostre abitudini di acquisto e riflettere due volte prima di pagare 4,99 euro per un altro capo da parcheggiare nei nostri pienissimi armadi.

I fatti parlano da soli. La moda è considerata una delle industrie più inquinanti del mondo e la morte di 1135 persone a causa del collasso del palazzo di produzione di vestiti Rana Plaza, in Bangladesh, deve fungere da monito e farci ricordare delle terribili condizioni sofferte dai milioni di lavoratori tessili presenti nel mondo.

Solamente negli Stati Uniti nel 2013 sono stati prodotti 15.1 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, l’85% dei quali sono stati accumulati in discariche. In media ogni statunitense si sbarazza del peso di 200 magliette (70 pounds) ogni anno. La quantità di vestiti buttati non sorprende considerando il fatto che i produttori si concentrano principalmente sul prezzo che sulla qualità. Infatti, la maggior parte dei vestiti non resiste a più di una decina di lavaggi.

Gli abiti che non vanno al macero sono spesso venduti come vestiti di seconda mano nelle nazioni in via di sviluppo, che in questo momento stanno considerando di bandirne il mercato in quanto questa quantità enorme di vestiti sta rapidamente distruggendo l’industria locale.

Numerose ONG si stanno mettendo in moto per spingere l’industria della moda a produrre in modo più responsabile a livello sociale e meno dannoso per l’ambiente. Inoltre, vi sono movimenti emergenti supportati da organizzazioni come la “Fashion Revolution” che tentano di trovare possibili alternative al continuo acquisto di nuovi capi.

Le principali catene di produzione si stanno movimentando nella raccolta di capi usati. Ciò che però risulta necessario è una maggiore trasparenza dell’industria sugli effetti ambientali e sociali legati a questa produzione massiva.

La mancata consapevolezza della connessione esistente tra i capi che compriamo e gli effetti che la loro produzione comportano è uno dei motivi che ci porta ad essere così superficiali nell’acquisto.

La decisione spetta sempre a noi. È bene iniziare a chiederci se realmente abbiamo bisogno dell’ennesima maglietta e quindi domandarci se il nostro acquisto farà del mondo un posto migliore o peggiore.

 

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