L’intesa firmata nei giorni scorsi tra i commissari di Ilva in amministrazione straordinaria e ArcelorMittal non cancella le ombre sul futuro dell’impianto.
Al di là delle solite dichiarazioni colme di parole vuote, le sole cose certe sono che lo Stato e le banche creditrici potranno entrare nel capitale della nuova compagine societaria e che ArcelorMittal potrà sfilarsi versando una penale di 500 milioni di euro.
Alcuni osservatori economici hanno commentato che al colosso mondiale converrebbe. A quel punto la nazionalizzazione del gruppo diverrebbe un passaggio obbligato.
Salvo che si scelga di staccare la spina. Decisione assai poco probabile, almeno stando alle dichiarazioni recenti di tutte le forze politiche che perpetuano il motto “Taranto non può vivere senza la fabbrica”. Alla faccia del tributo di tumori pagato dai tarantini.
Ilva non ha tenuto in vita Taranto. Al contrario, ne ha succhiato ogni risorsa possibile. Ha avvelenato l’aria, contaminato il sottosuolo, sfigurato il paesaggio, distrutto la struttura sociale. Lo sanno tutti, e non da poco.
Corre ormai perfino un certo imbarazzo nel ricordare gli articoli scritti da Antonio Cederna nel lontano 1972. Lo abbiamo già fatto anche da questo sito, inutilmente.
Ci riproviamo ancora, perché in fondo lo stesso Cederna aveva dichiarato un giorno: «scrivo da sempre lo stesso articolo, finché le cose non cambieranno continuerò imperterrito a scrivere le stesse cose».
«Una città disastrata, una Manhattan del sottosviluppo e dell’abuso edilizio, tale appare Taranto allo sbalordito visitatore. Stretta nella morsa della speculazione privata e di un processo di industrializzazione che si realizza al di fuori di qualsiasi piano di interesse generale, essa può ben essere presa a simbolo degli errori della politica fin qui seguita per il Mezzogiorno».
In queste parole pubblicate sul Corriere quasi mezzo secolo fa c’è tutto quello che resta da dire oggi. Invece, molti recitano ancora la favola del polo siderurgico che è modello di sviluppo per la città e per la regione intera e disegnano scenari tetri se gli altoforni saranno spenti.
Tetra è la catastrofe ambientale in cui è precipitata Taranto. Dalla quale si potrà uscire solo prendendo atto di un fatto ineluttabile: il problema dell’Ilva è l’Ilva.
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