Quando arriva la siccità, la prima domanda è quasi sempre la stessa: quanta acqua abbiamo a disposizione? Ma ce n’è un’altra, altrettanto importante: quanta dell’acqua che cade dal cielo riesce effettivamente a rimanere nel terreno?
È questo il punto di partenza del rapporto Il “filtro di carbonio” del suolo: ripristinare il sistema idrologico di raffreddamento della Terra per la stabilità climatica (scarica qui il documento), promosso da Save Soil, movimento globale di Conscious Planet per contrastare il degrado dei suoli agricoli. Il tema è particolarmente attuale in Italia, dove nell’estate 2026 la scarsità d’acqua sta mettendo sotto pressione uno dei territori agricoli più importanti del Paese. In Pianura Padana, Reuters ha documentato livelli eccezionalmente bassi delle risorse idriche: il Po e alcuni laghi alpini sono scesi a livelli critici e alcuni risicoltori hanno dovuto abbandonare parte dei campi per riuscire a salvare il resto del raccolto. L’Italia è il principale produttore di riso dell’Unione europea, con circa 235.000 ettari coltivati nel 2025.
In questo scenario, il suolo potrebbe essere una parte della risposta alla crisi idrica. Non come alternativa a dighe, invasi o sistemi di irrigazione, ma come una infrastruttura naturale distribuita su milioni di ettari.
Più materia organica, più acqua nel terreno
Il concetto al centro del rapporto di Save Soil è semplice: un terreno ricco di materia organica ha una struttura migliore e può trattenere una maggiore quantità di acqua.
Secondo le stime riportate nel rapporto, un aumento dell’1% della materia organica del suolo può aumentare di circa 250.000 litri per ettaro la capacità di ritenzione idrica. Per visualizzare la quantità, si tratta di circa 250 metri cubi d’acqua per ogni ettaro. Un dato che va letto come una stima e non come una quantità universale applicabile indistintamente a ogni tipo di terreno: la capacità di trattenere acqua dipende infatti anche dalla tessitura, dalla struttura, dal contenuto di argilla, dalla profondità e dalle altre caratteristiche fisiche e biologiche del suolo.
Il principio generale è comunque ben consolidato: il suolo non è un semplice supporto inerte per le piante. È un ecosistema complesso capace di immagazzinare, filtrare e redistribuire l’acqua, oltre a conservare carbonio e nutrienti. La stessa Commissione europea considera la capacità dei suoli di immagazzinare e filtrare l’acqua uno dei loro servizi ecosistemici fondamentali.
Un problema che riguarda gran parte dell’Europa
La questione non riguarda soltanto l’Italia. Secondo la Commissione europea, tra il 60 e il 70% dei suoli dell’Unione europea è in condizioni non salutari. Il degrado comprende fenomeni diversi: erosione, perdita di materia organica, compattazione, contaminazione, impermeabilizzazione e perdita di biodiversità del suolo.
Le conseguenze non sono soltanto ecologiche. Un suolo degradato può infiltrare e trattenere meno acqua, aumentando il deflusso superficiale durante le precipitazioni intense e riducendo la quantità di acqua disponibile nei periodi asciutti. La Commissione europea stima inoltre che il degrado dei suoli costi all’Unione oltre 50 miliardi di euro ogni anno.
In Italia il problema dell’erosione è particolarmente rilevante. Secondo una valutazione della Commissione europea basata su dati JRC, nel 2016 il nostro Paese presentava una perdita media di suolo superiore a 8,5 tonnellate per ettaro all’anno nelle aree soggette a erosione, contro circa 2,5 tonnellate della media europea. La stessa valutazione stimava che il 32,8% della superficie agricola utilizzata italiana, pari a circa 5,6 milioni di ettari, fosse a rischio di erosione severa. Sono numeri che aiutano a capire perché la salute del suolo sia legata anche alla sicurezza idrica e alimentare.
Il suolo è vivo
Che cosa significa, concretamente, avere un suolo sano? Sotto i nostri piedi esiste una rete complessa di organismi: batteri, funghi, protozoi, nematodi, piccoli invertebrati e radici interagiscono continuamente tra loro e con la componente minerale del terreno.
La materia organica è una componente fondamentale di questo sistema. Contribuisce alla formazione degli aggregati del suolo, cioè alla sua struttura, creando una rete di pori di dimensioni diverse. Alcuni permettono all’acqua di infiltrarsi rapidamente, altri consentono di conservarla più a lungo. Quando il terreno è ricco di sostanza organica e presenta una buona struttura, l’acqua può quindi penetrare più facilmente anziché scorrere rapidamente in superficie. Una parte viene trattenuta nel profilo del suolo e può successivamente essere utilizzata dalle piante.
Questo è particolarmente importante durante le ondate di calore: l’acqua immagazzinata nel terreno può prolungare la disponibilità idrica per la vegetazione e sostenere l’evapotraspirazione, il processo attraverso cui le piante restituiscono acqua all’atmosfera contribuendo al raffreddamento dell’ambiente.
Dall’agricoltura che consuma risorse all’agricoltura che costruisce resilienza
È qui che entra in gioco l’agricoltura rigenerativa, uno dei concetti centrali della proposta di Save Soil. Non esiste un’unica tecnica definibile come agricoltura rigenerativa. Il termine comprende un insieme di pratiche che puntano, con modalità diverse, a migliorare la struttura e la fertilità biologica del terreno e ad aumentare la presenza di carbonio organico. Tra gli approcci utilizzati in questo ambito ci sono, per esempio, la copertura permanente del suolo, l’utilizzo di colture di copertura, la riduzione delle lavorazioni, l’apporto di materia organica e l’integrazione tra colture e alberi attraverso sistemi agroforestali.
Il vantaggio di questa infrastruttura naturale è la sua distribuzione. Un bacino artificiale concentra l’acqua in un punto preciso. Un terreno in buona salute, invece, può immagazzinarla là dove la pioggia cade, direttamente all’interno dei campi e dei paesaggi agricoli.
Questo non significa che il ripristino dei suoli possa risolvere da solo la crisi idrica italiana. Non può sostituire gli invasi, le reti irrigue, la manutenzione degli acquedotti, il riutilizzo dell’acqua o una gestione più efficiente delle risorse disponibili. Può però agire su un altro anello della catena: ridurre la quantità d’acqua che viene persa rapidamente dal sistema e aumentare quella che rimane disponibile nel terreno.
Da questa impostazione nasce anche la campagna europea di Save Soil “Suolo sano, futuro sano”, che chiede di collegare il futuro quadro europeo per il monitoraggio della salute del suolo con la prossima Politica Agricola Comune. L’obiettivo della campagna è fare in modo che gli agricoltori possano essere ricompensati per miglioramenti misurabili della salute del suolo, senza dover sostenere da soli i costi della misurazione e della certificazione. La questione è particolarmente importante perché l’attuale PAC è in vigore fino al 2027, mentre la Commissione europea ha già presentato la proposta per il periodo 2028-2034. La proposta dovrà ora essere discussa e approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio.
Il tema della salute del suolo è inoltre entrato stabilmente nelle politiche europee. La nuova normativa europea sul monitoraggio e la resilienza dei suoli è entrata in vigore il 16 dicembre 2025 e prevede un quadro comune per monitorare e valutare la salute dei suoli negli Stati membri.
Per Save Soil, il passaggio successivo dovrebbe essere trasformare questi strumenti di monitoraggio in un incentivo concreto per gli agricoltori che migliorano nel tempo la qualità dei propri terreni.
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