In queste settimane una gran parte dell’informazione italiana ha mostrato il suo lato peggiore. D’accordo, è difficile tenere la giusta distanza quando si è chiamati a raccontare tragedie. Tuttavia ciò non giustifica la morbosità, l’ossessione e il linguaggio a cui sono ricorsi tv, giornali e siti di fronte al terremoto che ha colpito Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e altri comuni.
Al riguardo ne hanno già scritto bene altri, ad esempio Roberto Cotroneo su Facebook, Luca Sofri su Wittgenstein, Virginia Della Sala su Il Fatto Quotidiano. Ma non si può tacere, perché abbiamo un problema: l’informazione è malata e come categoria dobbiamo farcene carico.
Le lunghe ed estenuanti dirette, le iperboli linguistiche, gli aggettivi lirici e fuori luogo, la sovrabbondanza di emozioni che sovrastano i fatti. Tutto questo non è giornalismo.
Qualcuno dirà: se non ci fosse stato l’esercito di inviati sul campo, quasi certamente non avremmo saputo nulla dei fondi anti sisma deviati. Sì, ma è servito un nuovo terremoto per scoprirlo e, mentre ci amareggiamo per questo ennesimo scandalo, in qualche comune si stanno consumando altri sprechi, altre leggerezze o peggio ancora.
Chi sono i direttori di testata compiacenti, gli esibizionisti da diretta, i drogati di opinionismo, gli spettatori-maratoneti che saltano da uno Speciale all’altro? Siamo noi.
“C’è un gusto morboso nel mestiere di informare” cantava Giorgio Gaber in C’è un’aria. Quasi una profezia, cinica, spietata: “Lasciateci almeno l’ignoranza / che è molto meglio / della vostra idea di conoscenza / che quasi fatalmente / chi ama troppo l’informazione / oltre a non sapere niente / è anche più coglione”.
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