Nelle ultime due settimane sono almeno 12 gli esemplari di lupo ritrovati morti in Abruzzo, tutti nelle vicinanze o all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Gli esperti non hanno dubbi, anche se la conferma arriverà dalle analisi in corso presso l’Istituto Zooprofilattico di Avezzano: sono stati tutti avvelenati, così come alcuni rapaci e altri animali di piccola taglia trovati nei pressi. Unanime la condanna dell’area protetta, così come di molte associazioni che da tempo si battono per un armonico equilibrio tra uomo e natura in quella che è una delle aree più preziose per la biodiversità di tutto il territorio italiano ed europeo.
A rischio l’equilibrio dell’intero ecosistema
«Le uccisioni avvenute sono ingiustificabili e rappresentano una grave ferita per il territorio e per chi lo abita e lo tutela» scrive in un comunicato l’associazione Salviamo l’orso.
«L’avvelenamento è un atto vile e codardo, che non può in alcun modo essere giustificato come risposta a presunti problemi di “gestione del territorio” o di “difesa delle attività produttive”. Dietro ogni animale morto per avvelenamento c’è un gesto deliberato e indiscriminato, che provoca sofferenze estreme e mette a rischio non solo la fauna selvatica, ma anche gli animali domestici e l’equilibrio dell’intero ecosistema».
I cinque lupi ritrovati nel comune di Alfedena e gli altri cinque nel comune di Pescasseroli hanno probabilmente ingerito esche avvelenate, già utilizzate in passato (l’ultimo episodio di una certa gravità risale al 2023).
Anche il recente declassamento della protezione del lupo a livello europeo potrebbe aver influito sul nuovo, gravissimo episodio. «L’avvelenamento – commenta Stefano Raimondi, responsabile nazionale biodiversità di Legambiente – è una pratica illegale, un atto criminale e crudele, che costituisce una delle principali cause di morte della fauna in natura. L’Italia deve colmare le lacune normative in fatto di tutela animale, recependo entro maggio la direttiva europea in materia di tutela penale dell’ambiente che prevede tra l’altro che i paesi membri istituiscano dei veri propri delitti per il bracconaggio e il traffico illecito di animali, con almeno tre anni di carcere. Non sono ammessi più ritardi».
Come fare per prevenire episodi simili?
L’educazione e la cultura sono le uniche armi a disposizione di chi si batte per la convivenza tra uomo e animale. Certo, ci vorrebbero più controlli e interventi concreti, soprattutto nelle aree fuori dal Parco; e una risposta più massiccia delle istituzioni contro l’illegalità. «È fondamentale investire nella prevenzione dei conflitti e nel sostegno alle comunità locali, promuovendo una convivenza possibile e sostenibile tra uomo e grandi carnivori» dice il WWF Italia.
«È altrettanto grave il silenzio» scrive Salviamo l’orso. «Chi sa, e non parla, sta scegliendo da che parte stare. L’omertà che si respira attorno a questi episodi è un veleno tanto quanto quello sparso nei boschi: protegge i colpevoli, isola chi denuncia, normalizza l’illegalità. Chi distrugge la fauna selvatica e avvelena il territorio, si sente libero di farlo, certo di non pagare conseguenze. Serve un’assunzione di responsabilità immediata. Servono controlli, indagini serie, sanzioni esemplari. Ma serve soprattutto rompere questo muro di silenzio».
«Eventi di questa natura riguardano l’intera collettività, poiché colpiscono direttamente non solo il patrimonio naturale comune e i valori che ne sono alla base, ma anche l’identità stessa e l’immagine dell’intero territorio» aggiunge il Parco Nazionale. «La tutela della biodiversità e il rispetto della Natura non sono ambiti che possano riguardare solo alcuni: chiamano in causa la responsabilità e la sensibilità di tutti. Nessuno può sentirsi estraneo considerando anche le ricadute economiche su settori produttivi primari per il nostro territorio, colpiti dai gesti insensati di pochi».
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