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L’AQUILA DI MARE

In attesa di un ritorno

L’esperienza del Delta del Danubio è un esempio virtuoso di come la conservazione mirata possa invertire il declino di questa specie minacciata

In attesa di un ritorno
Un’aquila di mare ha appena catturato un pesce. Henk Bogaard / SHUTTERSTOCK.COM

Marco Mastrorilli Marco Mastrorilli 17 Lug 2025

L’aquila di mare (Haliaeetus albicilla) è uno dei rapaci più imponenti e affascinanti che si può avere la fortuna di osservare nei cieli d’Europa. Un tempo era diffusa anche in Italia dove ha purtroppo subito un drammatico declino, culminato con l’estinzione come nidificante nella seconda metà del XX secolo. Tuttavia, recenti successi conservazionistici fanno sperare in un futuro migliore per questa straordinaria specie.

L’aquila di mare ha avuto in Sardegna il suo principale areale italiano, l’ultimo ad essere abbandonato, con una storia affine a quella del Falco pescatore.

All’inizio del 1900, alcune decine di coppie popolavano le coste meridionali dell’isola, così come l’Oristanese e l’Ogliastra. Poi, una combinazione di bracconaggio, perdita di habitat e uso di pesticidi non ha più fatto registrare nidificazioni. Anche in Corsica la specie è scomparsa (a differenza del falco pescatore) e solo occasionali avvistamenti migratori o invernali testimoniano ancora la presenza di esemplari in Italia, provenienti dal nord Europa.

Qualche notizia positiva per l’aquila di mare

Un convegno internazionale svolto a settembre dello scorso anno in Croazia e dedicato alle aquile di mare ha messo in luce lo status generale di declino, ma anche qualche notizia positiva.

Nonostante la scomparsa in molte aree del Mediterraneo, qualche speranza arriva dalla Romania, dove l’istituzione della Riserva della Biosfera del Delta del Danubio nel 1990 ha segnato una svolta epocale. Anche qui, la popolazione di aquile di mare aveva subito un drastico declino nella seconda metà del XX secolo. Negli anni ‘50, nel solo Delta del Danubio, si contavano 38 coppie nidificanti, ridotte a sole 6 nel 1987. La crisi era attribuibile agli stessi fattori: pesticidi, bracconaggio e perdita degli habitat.

Con la protezione formale dell’area e il divieto totale di caccia, si è registrata una graduale riduzione del bracconaggio e dell’avvelenamento da piombo. Questo ha permesso alla popolazione di riprendersi: dalle 21 coppie registrate nel 2009, oggi si contano ben 80 nidi attivi, distribuiti in una varietà di habitat.

Il successo nel Delta del Danubio è legato anche alla diversità e qualità degli habitat che supportano la nidificazione delle aquile. I dati raccolti dai ricercatori mostrano che il 64% dei nidi si trova su Salix alba (salice bianco), seguito da Populus alba (pioppo bianco, 21%) e dall’ibrido Populus x canadensis (9%). Gli alberi utilizzati per i nidi variano in altezza, dai 5 ai 24 metri, con una preferenza per le altezze superiori ai 13 metri.

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L’ambiente circostante è assai diversificato: le aquile nidificano in foreste ripariali, radure a margine di canneti, torbiere e persino in ambienti meno tradizionali come terreni arabili coltivati con metodi agricoli a bassa intensità. Questo adattamento a diversi habitat dimostra la resilienza della specie, ma anche l’importanza di mantenere un mosaico ecologico ricco e ben conservato.

L’esperienza del Delta del Danubio è un esempio virtuoso di come la conservazione mirata possa invertire il declino di specie minacciate. La popolazione locale di aquile di mare ha beneficiato non solo delle misure di protezione diretta, ma anche della sensibilizzazione e della riduzione dell’impatto umano.

L’aquila di mare non è solo un simbolo di potenza e bellezza, ma anche un indicatore dello stato di salute degli ecosistemi. Chissà che un giorno non si possano registrare nuove nidificazioni in Sardegna o in altre regioni italiane.

 

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