Abbiamo chiesto al nostro collaboratore e amico Angelo Mojetta di scrivere un pezzo riguardo al grande fotografo brasiliano scomparso di recente. Angelo ha immaginato di incontrare Salgado e di rivolgergli alcune domande, prima che partisse per il suo ultimo viaggio. È un articolo coinvolgente, scritto con la consueta sensibilità dell’autore, ma va ricordato al lettore che non c’è stato alcun incontro fra Majetta e Salgado e che si tratta di un’intervista di pura fantasia.
L’editore
Pietro Greppi
Omaggio a Sebastião Salgado
Di Sebastião Salgado si è scritto e detto molto da quando ha iniziato la sua carriera di fotografo. Di lui si continuerà a scrivere e raccontare perché così accade quando scompaiono persone che sono anche personaggi che per la loro attività sono stati capaci di superare ogni barriera ed ecco perché in questo mio omaggio vorrei provare a dare la parola a lui cercando di immaginare cosa potrebbe dirci durante un breve incontro, rapido, come quelli che si svolgono sui marciapiedi delle stazioni prima di salire sul treno.
«Senhor Salgado, bom dia e grazie»
«Bom dia a lei. Ma perché grazie?»
«Per quello che ha fatto!»
«Vuole dire le fotografie?»
«Per l’appunto»
«Caro signore, il discorso sarebbe lungo, ma mi lasci premettere che non capisco per cosa dovrei essere ringraziato. Lei dice le fotografie, ma io mi sono divertito. Non mi fraintenda. Non è stato un divertimento come comunemente si intende questa parola, ma è stata una passione. E non c’è cosa più bella che dedicare tutta la nostra vita alla nostra passione.
È vero, avevo cominciato con una laurea in economia pensando che sarebbe stata utile per cambiare qualche cosa nella mia patria, il Brasile, e ridurre le tante diseguaglianze che poi avrei ritrovato ovunque nei miei viaggi. Avrei voluto, ma le circostanze della vita decisero per me e un giorno mi ritrovai con una macchina fotografica in mano. Non mi sentivo un fotografo, ma durante il primo viaggio in Africa, un continente che ho profondamente amato, ho capito che avevo una missione da compiere: raccontare cosa stava accadendo in quel paese per colpa di siccità e fame.
Allora non avrei immaginato che questi problemi li avrei ritrovati, come un leit motiv, in gran parte dei paesi che avrei visitato dagli anni Settanta del Novecento in poi. Mi piace pensare che viaggiare con la macchina fotografica mi ha permesso di diventare uno scrittore capace di raccontare con le immagini.
Ma c’è un motivo per questo. Nel corso della mia attività, potrei dire della mia vita attiva, mi sono trovato di fronte ripetutamente le realtà personificate dal quattro cavalieri dell’Apocalisse: Carestia, Morte, Pestilenza e Guerra. A queste terribili realtà a poco a poco si sono aggiunte la devastazione della Terra, la perdita della consapevolezza di essere parte della Natura, i cambiamenti climatici e altri fenomeni che lei, immagino, ben conosca.
Non potevo parlare di queste cose. Le parole non sarebbero state sufficienti. Come avrei potuto raccontare ciò che vedevo? La vita degli indigeni dell’Amazzonia, degli abitanti del Sahel scacciati da un deserto che avanzava inarrestabile, l’odio dell’uomo per i suoi simili, lo sfruttamento dei poveri, il dolore di chi deve lasciare la sua terra alla ricerca piena di incertezze di un domani migliore.
Non era questa l’umanità che credevo di conoscere e di cui facevo parte. Sentivo l’obbligo morale di raccontare, di mostrare la realtà di certe parti del mondo a chi magari neppure sapeva dove collocare sul mappamondo i nomi dei luoghi che fissavo sulla pellicola. Era come se avessi un debito con la gente che incontravo e con il pianeta di cui ero cittadino. Ho fotografato momenti tragici e tanta desolazione, eppure ho anche incontrato uomini e donne che vivevano del loro lavoro quotidiano e che nonostante la fatica e i tanti problemi riuscivano a sorridere, a essere cordiali e disponibili a parlare con me, a volte persino orgogliosi di mostrarmi ciò che avevano e sapevano fare.
Sono stati questi incontri a convincermi che c’è ancora speranza per l’umanità se solo capissimo che non tutto quello che ci fanno credere necessario è davvero tale. Ed è per questo che mi sono impegnato a riforestare una vasta area dell’Amazzonia che l’uomo aveva desertificato piantando, se non ricordo male, due milioni e mezzo di alberi. Ovviamente non da solo, ma con l’aiuto e il sostegno di tanti. Da questo progetto ne è nato un altro non meno importante. Avevo capito che dovevo dare speranza, far capire a tutti quanto fosse bello il nostro pianeta e cosa stavamo perdendo. Così è cominciato Genesi, un nome non a caso, per far riflettere e riportare in qualche modo alle sue origini. In otto anni di lavoro ho viaggiato da un punto all’altro della Terra. Ho visitato Artico e Antartico, l’Africa, l’Asia, l’America delle città e delle foreste dell’Amazzonia, gli oceani e da questi viaggi e infiniti scatti è nata una mostra che ha viaggiato più di quanto abbia fatto io e che spero abbia fatto riflettere tante persone e soprattutto quelli che abitano le stanze del potere.
A ripensarci credo di aver cominciato a scrivere una sorta di testamento globale destinato a tutta l’umanità, testamento che forse ho completato con un omaggio alla terra a cui sono visceralmente legato, l’Amazzonia, perché è lì che sono nato».
«E dopo tutto questo pensa di non avere diritto a un grazie? Credo che lei abbia avuto un numero incredibile di riconoscimenti, premi, attestati di stima che si potrebbero considerare altrettanti grazie».
«Lei dice? Può essere. Non nego che mi abbiano fatto piacere anche perché alla fine mi facilitavano il lavoro e i contatti. Essere conosciuti ha i suoi vantaggi. Ma come le dicevo all’inizio, non era la ricerca della fama che mi ha fatto diventare fotografo. Parafrasando il grande poeta Pablo Neruda potrei riassumere la mia vita con queste parole: “Confesso che ho fotografato!”.
Ma ora mi scusi, ma è arrivato il momento di partire. Mi aspetta il viaggio più lungo della mia vita e che mi porterà dove non sono mai stato. Arrivederci».
«Arrivederci senhor Salgado. Non la dimenticheremo e faremo il possibile perché ciò che ha raccontato e documentato con le sue foto non vada perduto e ci aiuti a salvare il pianeta dove ci siamo evoluti, l’unico che abbiamo. Buon viaggio».
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