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PICCOLE STORIE DI GRANDI NATURALISTI

Jean-Henri Fabre e la marcia dei bruchi

Jean-Henri Fabre e la marcia dei bruchi

Alfonso Lucifredi Alfonso Lucifredi 11 Mar 2020

A chi non è mai capitato di incontrare la caratteristica fila indiana di bruchi della processionaria?

Le larve della falena Thaumetopoea pityocampa si muovono a terra o lungo i tronchi degli alberi in queste tipiche “processioni”, da cui prendono il nome, alla ricerca di un luogo in cui interrarsi.

È un comportamento ben conosciuto, ma oltre un secolo fa venne condotto un interessante esperimento a tal proposito, spesso citato ancora oggi: sul bordo di un vaso da fiori vennero posti in successione i bruchi della processionaria, a formare un cerchio completo.

Ogni individuo seguiva quello dinanzi a lui, e il gruppo si muoveva così, in una sorta di ciclo perpetuo da cui non sembrava possibile uscire nonostante il freddo, la fatica e la fame.

La processione andò avanti così per oltre una settimana, girando ciecamente in tondo, senza fermarsi mai.

Fiducia cieca

L’autore di questo studio, il francese Jean-Henri Fabre (1823-1915), descrisse nel dettaglio questo esperimento, che lo portò a ritenere i bruchi della processionaria come una sorta di automi programmati a seguire ciecamente le tracce di chi li precedeva:

«I montoni del mercante Dindenaut seguivano quello che Panurgo aveva maliziosamente gettato in mare, e l’uno dopo l’altro si precipitavano, giacché, dice Rabelais: la natura del montone, il più sciocco e inetto animale del mondo, è di sempre seguire il primo, in qualunque parte vada.

Il bruco del pino, non per inettitudine, ma per necessità, è ancora più pecoresco: dove è passato il primo, passano tutti gli altri in fila regolare, senza intervalli vuoti.»

Questa immagine, ispirata al romanzo “Gargantua e Pantagruel” di Rabelais, venne spesso riutilizzata in altri campi come la filosofia o la sociologia, per rappresentare quei seguaci di movimenti politici o religiosi che si affidavano ciecamente al loro leader, senza il minimo spirito critico.

Ritratto di Jean Henri Fabre

Uno stile narrativo coinvolgente

Fabre fu un appassionato entomologo: straordinario osservatore, descrisse con cura e dovizia di particolari il comportamento di centinaia di specie di insetti e ragni; pubblicò innumerevoli opere sul tema, che riscossero un notevole successo, garantendogli una discreta notorietà e la possibilità di comprare una splendida casa di campagna nei dintorni di Avignone, oggi trasformata in museo.

I suoi saggi su insetti e ragni, riuniti nella raccolta Ricordi di un entomologo (Souvenirs Entomologiques) sono senza dubbio la sua opera più conosciuta, sebbene Fabre sia stato un autore estremamente prolifico e si sia interessato anche di altre discipline scientifiche come la fisica, la chimica e la botanica.

Fu anche un apprezzato autore di testi scolastici e un poeta. La sua inclinazione artistica, peraltro, si poteva cogliere anche nelle sue opere scientifiche: la sua narrazione era accattivante, fatta di uno stile colloquiale ed appassionato, che gli portò anche alcune critiche. La sua replica a queste osservazioni riassume bene il suo modo di raccontare la natura:

«Altri ancora mi hanno rimproverato per il mio stile che non ha la solennità, o meglio, l’aridità delle scuole. Temono che una pagina che si può leggere senza fatica non debba sempre essere l’espressione della realtà. Se dovessi credere a questa visione, riusciremmo a essere profondi solo a condizione di essere oscuri.»

L’esperimento smentito

Nella sua lunga vita, Fabre ottenne un grande riconoscimento presso la comunità scientifica e fu apprezzato anche la sua umiltà nel non trarre subito conclusioni generali basate sulle osservazioni empiriche. Influenzò anche le ultime opere di Charles Darwin, che lo definì “un osservatore inimitabile”.

Ciononostante, Fabre fu invece restio ad accettare la teoria dell’evoluzione del naturalista inglese, principalmente per le sue convinzioni religiose.

In ogni caso, nonostante il suo grande talento come entomologo, l’ipotesi di Fabre sui bruchi della processionaria venne smentita da studi che seguirono il suo esperimento.

Con ogni probabilità, gli insetti disposti in cerchio lungo il bordo del vaso non avevano, semplicemente, una via di fuga: le pareti erano troppo ripide per permettere loro di rompere la processione e cambiare strada.

© riproduzione riservata
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com
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