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Natura
Animali, piante e habitat
TUTELA DELLA NATURA

La bufala della “caccia ecologica”

Il cosiddetto “DDL Malan” fa uso improprio della scienza per finalità politiche e per giustificare la cancellazione di alcune limitazioni alla caccia

La bufala della “caccia ecologica”
© CC0 Kamusal Alan / pxhere.com

Domenico Ridente Domenico Ridente 2 settimane fa

È uscita l’11 marzo 2026 la notizia che il TAR del Lazio ha accolto il ricorso di diverse associazioni ambientaliste, annullando di fatto alcune parti fondamentali del “Piano straordinario per la gestione e il contenimento della fauna selvatica” introdotto dal Governo nel 2023. Il “piano” era parte di una più ampia strategia volta a liberalizzare sistemi di caccia indiscriminati e assai impattanti, oltre che in chiaro contrasto con direttive nazionali ed europee a tutela degli ecosistemi e della fauna selvatica.

Non bisogna però abbassare la guardia: a questo primo atto è seguito, nel giugno 2025, il cosiddetto “DDL Malan”, attualmente in iter per l’approvazione e contro il quale sono state già raccolte oltre 400 mila firme.

Il documento contiene diciotto proposte di modifica, tutte mirate a cancellare limitazioni per i cacciatori. Ne cito sinteticamente alcune: l’estensione del periodo e delle aree di caccia fino a includere i passi migratori; la possibilità di catturare e allevare esemplari da utilizzare come richiami vivi; la possibilità di costruire strutture permanenti per l’appostamento; la possibilità di utilizzare cannocchiali di precisione di tipo militare.

Motivazioni prive di senso

La ciliegina sulla torta però è la modifica all’articolo 11, che riguarda i calendari venatori: le Regioni possono decidere l’inizio anticipato e/o la chiusura posticipata del periodo di caccia anche in contrasto con il parere dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) a condizione che “[…] adducano una motivazione suffragata da argomentazioni desunte da fonti di informazioni scientifiche indicate dalla Commissione europea”.

In sostanza, viene aggirato l’unico Ente (ISPRA) preposto a esprimere valutazioni scientifiche, con la motivazione di “[…] fare in modo che la scelta relativa ai periodi di apertura della caccia trovi giustificazione […] anche nelle informazioni scientifiche ritenute affidabili a livello europeo e internazionale”.

Questa motivazione è priva di senso perché i ricercatori italiani pubblicano lavori scientifici “affidabili” su riviste internazionali, e non solo possiedono le stesse informazioni della Commissione Europea ma contribuiscono a implementarle.

caccia ai migratori

© jackmac34 via pixabay.com

La “teoria scientifica” della caccia ecologica

Senza entrare nel merito di convinzioni soggettive come quelle specificate nel disegno di legge, riguardo per esempio il fatto che la caccia sia un’attività “sportiva e motoria”; che sia da annoverare tra le “tradizioni secolari” del nostro paese; e che possa avere “importanti ricadute di ordine culturale, economico e sociale”, è difficile lasciar correre sulle argomentazioni scientifiche a supporto di tali convinzioni.

Nel disegno di legge si sostiene, per esempio, che la caccia rappresenti uno strumento di “protezione della fauna selvatica”, un’attività in grado di favorire la sua “conservazione” e la “tutela degli habitat naturali”, e che sia funzionale “ai fini del raggiungimento di un punto di equilibrio tra la natura e le attività dell’uomo”.

Sarebbe opportuno, in rispetto ai ricercatori che si occupano di ambiente seriamente, che le modifiche a favore della caccia non venissero accostati a concetti scientifici dell’ecologia con i quali non hanno nulla a che fare.

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I numeri contano se i conti son fatti bene

Anche i dati statistici, in quanto “scientifici”, andrebbero citati in coerenza con certi criteri di oggettività che i ricercatori conoscono bene.

Prendiamo come esempio un semplice dato numerico riportato a pagina 4 del disegno di legge: per giustificare la cancellazione di alcune limitazioni si fa riferimento a un “rapporto informativo sull’attività di vigilanza venatoria” redatto dal MASAF (Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, dicembre 2024); il rapporto evidenzierebbe “la progressiva riduzione del numero di cacciatori”, attualmente sceso a “soli” 300 mila.

Essendo abituato a consultare le fonti originali, mi sono procurato una copia del rapporto MASAF. In esso compare un grafico che effettivamente mostra la riduzione del numero di cacciatori, ma nel periodo 2018-2022. In particolare, il loro numero passa da circa 360 mila a circa 320 mila (non 300 mila), per un decremento dell’11% (un po’ meno del 12% riportato nel disegno di legge).

È anche evidente però come la quasi totalità di questa flessione (9,5%) avviene tra il 2020 e il 2022, in pieno periodo Covid.

Anche se non vengono riportati dati successivi al 2022, è probabile che, così come erano scesi per via delle restrizioni, i numeri siano poi risaliti in epoca post covid. Ma nel disegno di legge non si fa menzione di questi “dettagli” e del loro significato statistico.

Salviamo le specie. E gli individui?

In ogni caso, se anche i cacciatori in attività fossero “solo” 300 mila, non farebbe molta differenza in termini di impatto ecologico. Vediamo perché con un esempio.

Nella stagione dei tordi, se ogni cacciatore ne abbattesse anche solo uno a settimana (mediamente gli abbattimenti pro-capite sono assai più alti), in un solo mese vorrebbe dire più di un milione di individui.

A questo punto apro una parentesi per fornire io stesso un dato scientifico “favorevole” alla caccia: evolutivamente parlando, gli uccelli sono un gruppo di successo, comprendendo tantissime specie ognuna formata da popolazioni numerosissime, fino a decine di milioni di individui.

Pertanto, il comune tordo bottaccio (Turdus philomelos) e varie altre specie possono sopportare la perdita di milioni di individui ogni anno senza il rischio di estinzione.

Qui emerge un controsenso purtroppo comune anche al modo di concepire la tutela della natura: c’è sempre un numero di individui che è possibile abbattere senza mettere a rischio la sopravvivenza della specie. Il nostro approccio all’ecologia è improntato alla tutela delle “specie” in quanto “risorse”: se la risorsa non rischia di esaurirsi allora va tutto bene. In quest’ottica, il singolo individuo o milioni di individui non contano, e se una specie è in salute, come nel caso del tordo bottaccio, si ritiene di poterla falcidiare in modo “ecologicamente sostenibile”. Si confonde così il concetto di “rispetto” per la natura, che dovrebbe essere disinteressato, con quello di “gestione” di un “bene proprio”.

La bufala della caccia ecologica

Questo approccio ha consentito di traslare un certo linguaggio ecologista (proteggere, tutelare, conservare, monitorare,) anche nell’ambito della pratica venatoria (come è evidente nel disegno di legge Malan), nel tentativo di ammantarla di un ecologismo che non le appartiene affatto.

Nasce così la bufala della caccia ecologica, secondo cui uccidere ogni anno milioni e milioni di esemplari di varie specie può essere compatibile con i principi dell’ecologia. Una bufala pericolosa, perché non possiamo sensibilizzare ed educare le nuove generazioni al rispetto della natura se al contempo si racconta che la caccia va bene finché le specie non sono in pericolo. Perciò, andate pure a caccia se volete, andateci per fare attività motoria e sportiva. Ma non veniteci a parlare di “caccia ecologica”. Per favore.

 

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