Anche un fiume ha i suoi diritti, che devono essere tutelati. È questo il senso di un’importante sentenza che arriva dall’altra parte del mondo, ovvero da Quito, in Ecuador. Qui, a seguito di un’azione legale presentata da tre cittadini e tre avvocati, il tribunale locale ha dichiarato che il Comune di Quito è «responsabile delle violazioni dei diritti del fiume Machángara» e ha ordinato l’attuazione immediata di un piano di decontaminazione del corso d’acqua e dei suoi affluenti, pesantemente inquinati da anni di sversamenti di scarichi nelle acque che attraversano la capitale ecuadoriana.
Ovvero i giudici hanno ritenuto che gli scarichi, ripetuti nel tempo, abbiano violato i diritti del Machángara e dei 54 torrenti e ruscelli che confluiscono in esso, così come sono state identificate vittime indirette le persone che vivono nella zona e le piante e gli animali che dipendevano dal fiume.
Questa sentenza è importante non solo perché ribadisce il concetto, ormai acquisito anche in Europa, che chi “inquina paga”, anche a distanza di anni, ma che un soggetto naturale inanimato, come una montagna, un ghiacciaio, una foresta o appunto un fiume deve essere rispettato nella sua essenza.
Tra l’altro fu proprio l’Ecuador a dare il via a questo tipo di riconoscimenti, diventando nel 2008 il primo Stato al mondo a includere nella Costituzione i diritti inalienabili della natura.
Anche altre nazioni hanno poi intrapreso la stessa strada giuridica, come la Bolivia, il Messico e la Colombia. In altre parti del mondo invece sono state emanate delle leggi appositamente per i fiumi. La Nuova Zelanda, per esempio, ha deciso di accordare al fiume Whanganui, sacro al popolo Maori, e ai suoi affluenti lo status di persona giuridica.
A oggi, secondo l’Earth Law Center, sono più di 35 i Paesi nel mondo che hanno riconosciuto in qualche forma i diritti della natura nei loro sistemi normativi.
Un aspetto ripreso anche nell’ultima COP 16 che si è tenuta in Colombia, dove uno degli obiettivi del Manifesto politico “In pace con la Natura” è stato proprio quello di stabilire quadri giuridici che proteggano i diritti della terra, dell’acqua e del territorio dei popoli indigeni e dei contadini che vivono in ecosistemi biodiversi, garantendo la loro permanenza nei loro territori e prevenendo gli spostamenti forzati.
Un approccio che ribalda quello storico secondo cui la natura è all’esclusivo servizio dell’uomo. Spiega il prof. Eduardo Parisi, ricercatore in Diritto amministrativo e titolare di incarichi di insegnamento in diritto dell’ambiente all’università Statale di Milano: «Il riconoscimento di diritti in capo alla natura secondo la prospettiva ecologica vorrebbe dare una voce propria e non mediata dall’uomo a un qualche cosa che è inanimato e che da solo non si può proteggere».
Negli Stati che hanno introdotto questo nuovo paradigma non esiste una figura formale che rappresenti la natura in tribunale. Tuttavia, per esempio in Ecuador, chi intende portare avanti un’azione legale per conto di un ecosistema deve dimostrare di avere un interesse diretto o indiretto, come nel caso della comunità indigena che vive lungo il Machángara.
In generale il fatto di permettere a soggetti non senzienti della natura, come fiumi o laghi, di vedere i propri diritti riconosciuti a livello legale può essere in generale un buon grimaldello per modificare, anche in Italia, le nostre leggi e anche un po’ il nostro modo di pensare. Un passaggio fondamentale per un nuovo scatto verso quel rispetto generale diffuso verso i “diversamente vivi” che ancora manca nella nostra ben pasciuta cultura mediterranea di oggi.
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