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Scienza
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La paleogenomica svela l’identità delle iene siciliane

Grazie ai recenti avanzamenti nello studio del DNA antico, i paleogenetisti hanno analizzato porzioni di DNA di alcune iene fossili

La paleogenomica svela l’identità delle iene siciliane
Fase sperimentale per l’estrazione del DNA antico. © Immagine per cortesia del Laboratorio di Paleogenetica dell’Università di Firenze

Dawid Adam Iurino Dawid Adam Iurino 19 Ago 2024

Ebbene sì, prima ancora che Homo sapiens colonizzasse la Sicilia circa 16 mila anni fa, c’è stato un tempo in cui le iene popolavano l’isola.

La iena macchiata, il cui nome latino è Crocuta crocuta, è senza alcun dubbio la più nota tra le attuali quattro specie di iena. Presente in buona parte dell’Africa subsahariana, la iena macchiata è quella maggiormente rappresentata nei racconti e nei documentari, dove troppo spesso viene ritratta unicamente come mangiatrice di carogne. Questa immagine, grazie anche alle distorsioni della comunicazione di massa, ha contribuito ad alimentare uno stereotipo negativo che non rende giustizia a questo meraviglioso predatore.

La iena macchiata è probabilmente il carnivoro con la struttura sociale più complessa, per di più di tipo matriarcale, ed è tra i più tenaci e abili predatori delle savane, dove opera in clan capaci di respingere persino gli attacchi di leoni e leopardi.

La sua adattabilità e testimoniata dai numerosi resti fossili rinvenuti tanto in Africa, quanto in Europa e Asia. A partire dal Pleistocene Medio, circa 800 mila anni fa, questa specie era infatti distribuita in quasi tutta l’Eurasia e l’Africa, occupando ambienti anche molto diversi tra loro per clima, vegetazione e prede.

I numerosi resti fossili rinvenuti negli ultimi decenni, soprattutto in contesti di grotta, le hanno valso il nome di “iene delle caverne” e hanno contribuito a renderla uno dei carnivori pleistocenici meglio conosciuti da un punto di vista paleobiologico. Sebbene disponesse di un areale enorme, ad oggi l’unica isola su cui sono state trovare evidenze paleontologiche di iena macchiata è la Sicilia. Questo rende le iene siciliane dei fossili estremamente importanti per gli studiosi, poiché offrono una rara opportunità per esplorare i processi evolutivi legati all’isolamento geografico di un grande carnivoro. I carnivori di taglia grande sono infatti estremamente rari in contesti insulari.

Grazie ai recenti avanzamenti nello studio del DNA antico, negli ultimi anni i paleogenetisti hanno analizzato porzioni di DNA di alcune iene fossili provenienti dal nord Europa, dal nord della Russia e della Cina, dove le temperature basse favoriscono la conservazione del materiale genetico. Al contrario, in ambienti a clima caldo, come quello mediterraneo, il DNA nei resti biologici antichi si conserva con maggiori difficoltà.

In uno studio recente condotto dai ricercatori delle Università di Palermo, Milano Statale, Firenze, Roma Sapienza, Bangor University e Cambridge, pubblicato sulla rivista internazionale Quaternary Science Reviews, è stato analizzato per la prima volta il DNA nucleare di una iena fossile della Sicilia.

Il materiale genetico è stato estratto da un coprolite, una fatta fossilizzata di iena di oltre 20 mila anni fa, proveniente da Grotta San Teodoro (Messina), uno tra i più importanti siti geo-paleontologici d’Europa per gli studi sul Pleistocene. Grazie anche alla collaborazione con il Parco Archeologico di Tindari, con la Proloco di Acquedolci e la Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Messina, i risultati della ricerca hanno svelato le peculiarità genetiche delle iene siciliane, uniche tra tutte le iene fossili di cui si conosce il DNA.

iene siciliane

Coprolite proveniente dalla Grotta di San Teodoro (Messina) e ricostruzione in vivo della iena macchiata del Pleistocene. © Immagine di Dawid A. Iurino

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I dati suggeriscono che le iene siciliane facciano parte di un gruppo genetico molto antico, distinto da quello dell’attuale iena macchiata. L’ipotesi, è che circa 500 mila anni fa le iene con questa “traccia genetica antica” fossero ampiamente distribuite sul continente europeo, e che ripetuti scambi genetici avvenuti con le iene africane abbiano poi ridotto questa traccia genetica fino a farla scomparire in Europa, ad eccezione della Sicilia. Probabilmente in corrispondenza di una fase glaciale (non è ancora stato chiarito quale), quando il livello dei mari era parecchi metri più basso rispetto all’attuale, le iene riuscirono a colonizzare l’isola. Il successivo innalzamento delle acque marine ha poi portato al loro isolamento che è durato fino a circa 20 mila anni fa, quando si estinsero. È quindi possibile che queste iene fossili rappresentino una sorta di popolazione relitta di iene insulari, cosa che le rende uniche al mondo.

Dal coprolite, oltre al DNA di iena, i paleogenetisti sono riusciti a identificare porzioni di DNA equino, il che ha permesso di dare anche un nome alla vittima, o per meglio dire, al pasto della iena. Equus hydruntinus è il nome dell’unico equide presente all’epoca sull’isola, un parente lontano dell’asino.

In Eurasia e Africa, uomini e iene hanno interagito e per molti millenni. In Sicilia, quando i Sapiens raggiunsero l’isola, delle iene non vi era più traccia. Quali siano state le cause della loro estinzione sull’isola, e più in generale in Europa, non è ancora stato chiarito. Sull’argomento, i paleontologi continuano a dibattere e a condurre nuovi studi. Quello che invece è certo, è che i fossili della Sicilia rappresentano un inestimabile patrimonio paleontologico, un bene che ispira nuove ricerche e che merita di essere valorizzato e raccontato, in quanto unico nel suo genere.

Quello delle iene fossili della Sicilia è stato un “regno” millenario su cui i paleobiologi iniziano a far luce.

 

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