Il cataclisma marino più grande di tutti i tempi sul nostro pianeta è stato la “Mega-Alluvione Zancleana”, l’inondazione avvenuta tra 5.97 e 5.33 milioni di anni fa, quando il Mar Mediterraneo fu attraversato dal più devastante tsunami mai esistito.
In quell’occasione, il bacino del Mediterraneo fu teatro del più impressionante evento geologico-ambientale avvenuto durante il Neogene, la cosiddetta “Crisi di salinità del Messiniano”. Successe che l’area dell’attuale Stretto di Gibilterra si sollevò e il Mare Nostrum perse la sua connessione con l’Oceano Atlantico, divenendo un bacino isolato. In un tempo geologicamente breve (circa 600 mila anni), il Mediterraneo si prosciugò quasi del tutto.
Rimasero solo alcuni bacini ipersalini, nei quali si accumularono dall’acqua in evaporazione enormi quantità di sale e gesso. L’area mediterranea appariva come un enorme deserto salato, provocando l’estinzione di numerose specie marine.

Evidenze sul terreno della deformazione subita dall’originario fondale marino (linea a tratteggio in blu) a causa della forza di trazione di fondo esercitata dall’enorme massa di acqua in movimento. © INGV
Il ritorno dell’acqua nel Mediterraneo
Come il Mediterraneo abbia fatto a riempirsi di nuovo è stato oggetto di un lungo dibattito scientifico: da un alto, i sostenitori di un riempimento lento (in circa 10 mila anni); dall’altro quelli convinti che ci sia stato un riempimento rapido e di natura catastrofica.
Ora, un nuovo studio condotto da un team internazionale di studiosi, “Land-to-sea indicators of the Zanclean megaflood”, pubblicato sulla rivista scientifica Communications Earth & Environment di Nature, al quale hanno partecipato anche l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e l’Università di Catania, sembra aver trovato la risposta.
Il Mediterraneo si riempì nel giro di pochi anni (da 2 a 16) a causa dell’improvviso crollo della barriera che lo aveva isolato dall’oceano Atlantico, l’istmo di Gibilterra. Un fenomeno naturale così impressionante, con tassi di riversamento dell’acqua di mare dall’Atlantico al Mediterraneo stimati tra 65 e 100 milioni di metri cubi al secondo, superiori di gran lunga a quelli di qualsiasi altra alluvione catastrofica conosciuta nella storia della Terra, ha necessariamente lasciato un’impronta sul paesaggio.

Sistema di solchi e creste lasciato sul paesaggio dal passaggio della mega-alluvione Zancleana. © INGV
«La nostra ricerca si è proposta di individuare la prova in grado di avallare la tesi del rapido e violento riempimento del Mediterraneo» spiega Giovanni Barreca, Professore del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Catania e Associato di ricerca presso l’Osservatorio Etneo dell’INGV.
Le ricerche della “prova regina” si sono concentrate in Sicilia, tra le province di Siracusa e Ragusa, nella parte più meridionale dell’altopiano ibleo e nelle aree sommerse del Golfo di Noto.
«Grazie a un approccio multidisciplinare siamo stati in grado di fornire le evidenze più convincenti del passaggio nella zona della Mega-Alluvione Zancleana circa 5 milioni di anni fa. Abbiamo notato come l‘area studiata sia oggi dominata da più di 300 colline dalla forma stretta e allungata, disposte in direzione Nord Est-Sud Ovest e separate da profondi solchi paralleli. […] La forza esercitata dal peso della colonna d’acqua e il suo impetuoso scorrere verso Est hanno fortemente rimodellato il paesaggio con l’escavazione di profondi solchi paralleli alla direzione del flusso».
La ricostruzione geologico-stratigrafica effettuata dal team di ricerca, supportata da realistiche modellizzazioni numeriche, fornisce dunque la prova visibile e più convincente della più grande mega-inondazione ipotizzata sul nostro Pianeta.
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