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le proteste infiammano la francia

La rivolta dei gilet gialli: anti-ecologismo o campanello d’allarme sociale?

La rivolta dei gilet gialli: anti-ecologismo o campanello d’allarme sociale?

Luca Serafini Luca Serafini 21 Nov 2018

A Parigi, la contestazione contro l’aumento del prezzo dei carburanti si è propagata a macchia d’olio, arrivando a coinvolgere 300mila contestatori scesi in strada a bloccare il traffico in tutto il Paese. Animatori della protesta sono i Gilet gialli (les gilets jaunes), un movimento spontaneo che prende il nome dal giubbotto catarifrangente giallo obbligatorio in ogni auto.

Migliaia di automobilisti delle classi popolari medio-basse della provincia francese hanno animato sui social la rivolta contro il rincaro della benzina introdotto dal governo Macron per accelerare la transizione verso le politiche verdi, la trazione elettrica, le energie rinnovabili. L’impennata delle tasse su gasolio (+14%) e sulla benzina (+7%) è legata alla “transizione ecologica”, cioè l’insieme di norme per un cambiamento forzato del parco auto, che la gente percepisce come troppo oneroso.

Per chi vive nelle zone di provincia lontane dalle grandi metropoli, l’automobile è l’unico mezzo di spostamento. Inoltre, la compressione dei redditi nega a intere categorie di cittadini la possibilità di rinnovare l’auto con un modello più recente, magari ibrido come vorrebbe il governo Macron.

L’effetto combinato dell’aumento del carburante con l‘inasprimento dei limiti di velocità, che allungano i tempi di spostamento dei pendolari, è denunciato dai Gilet gialli come la prova evidente del distacco delle classi politiche dirigenti rispetto alla vita quotidiana dei cittadini. Sui Social sta diventando virale la loro contestazione verso gli status symbol delle élite, che loro non possono permettersi: il passo dalle auto elettriche alla sensibilità ecologica, percepita come un lusso che solo i privilegiati possono permettersi, è breve!

Il reflusso ecologista

Il movimento ambientalista è stato a lungo un fenomeno elitario. Poi, a partire dagli anni ’60, c’è stata una presa di coscienza del degrado ambientale con i primi movimenti e le iniziative di massa. Negli anni ’70 sono comparsi i partiti politici ambientalisti. Il progredire della coscienza ambientalista è sembrato inarrestabile, fino alle grandi convenzioni internazionali, come la COP21 di Parigi.

Ora, però, sotto i colpi di un disagio sociale esasperato dalla crisi economica e anche per colpa di scelte politiche avventuristiche, fatte senza valutare l’impatto sulla popolazione, si rischia di assistere a una sorta di reflusso, che tornerebbe a spingere la coscienza ambientalista in un ristretto ambito élitario.

Lo vediamo già in Italia, dove la diffusione della consapevolezza rispetto ai temi dell’ambiente è bassa e spesso limitata a un’elite culturale e sociale.

Un confronto paradossale… ma non troppo

Facendo, volutamente e provocatoriamente, una semplificazione “classista” che, però, non è lontana dal pensiero di molti, proviamo a calcolare l’impatto energetico di un lavoratore della middle class dell’hinterland metropolitano (A) con quello di un benestante professionista che vive in centro (B).

(A) deve prendere ogni giorno il treno pendolare per recarsi in città, fare qualche fermata di metrò, camminare fino all’ufficio. Abita in una casa di 90 mq con riscaldamento centralizzato sottoposto ai regolamenti comunali e senza aria condizionata, fa la raccolta differenziata ed esce, cappello di lana e guanti pesanti, a esporre i vari sacchi nei giorni e nelle ore stabilite. Un modello di vita pesante, ma ecologicamente sostenibile. Ebbene, a questo signore, che vorrebbe la domenica caricare la famiglia in macchina e fare un gita in giornata al lago, si chiede talvolta di fare la domenica a piedi, altre gli si blocca la macchina perché Euro 3. Ma non ha le risorse economiche per cambiarla e la usa solo nei weekend.

Di contro, il nostro cittadino (B) esce tranquillamente dal box di casa con il suo SUV 3.000 cc, perché è un Euro 6, parcheggia nel silos a pagamento sotto l’ufficio. Abita in 140 mq di casa con riscaldamento autonomo e aria condizionata, quindi nessuno ne controlla gli orari di accensione e la temperatura massima. Alla raccolta differenziata pensa la colf e, nel weekend, o va al mare partendo il venerdì e tornando il lunedì, o tira fori dal box la bici elettrica da almeno 2.000 euro per andare nell’isola pedonale a farsi cappuccino e brioche.

In pratica?

L’esempio proposto sopra è una palese esasperazione della realtà, ma deve fare riflettere. Se si vuole che le politiche ambientaliste siano condivise, accettate, promosse occorre che si confrontino con la realtà, i bisogni, la psicologia delle masse e non ritornino a essere una prerogativa delle élite intellettuali. Le misure più efficaci sono quelle che portano benefici all’ambiente e anche ai cittadini.

L’ambientalismo 4.0 per risultare vincente dovrà avere i principi ecologici come guida, ma dovrà tenere conto dei bisogni comuni, come vademecum per muoversi giorno dopo giorno.

Prendiamo, per esempio, il trasporto su rotaia. Su alcune tratte medio lunghe di percorrenza (come Roma-Milano, ma anche Milano-Torino) il treno è preferito all’aereo o alla macchina non perché (o sicuramente non solo perché) ha un impatto energetico inferiore, ma perché i collegamenti con Frecciarossa o Italo sono più veloci, più comodi, più economici. Se guardiamo, invece, all’inefficienza e al disagio dei treni pendolari, si capisce perché un lavoratore, se potesse permetterselo economicamente, userebbe la propria macchina per spostarsi da casa al lavoro. L’azione ambientalista più efficace, quindi, non è ostacolare con divieti l’uso della macchina, ma migliorare e rendere preferibile lo spostamento pendolare su ferro.

Analogamente, se guardiamo al problema delle emissioni delle auto: per lungo tempo in Italia, specialmente in provincia, si è registrato un virtuoso trend verso l’uso di alimentazioni a metano o GPL, sicuramente meno inquinanti di diesel e benzina. Ma non era (o non era solo) la coscienza ecologica a spingere verso questa scelta: molte auto venivano offerte di serie con la doppia alimentazione; il retrofit era, comunque, poco costoso e fattibile; il risparmio nella spesa del carburante non indifferente. Per un momento le auto “verdi” di questo tipo sono state anche incentivate in alcune Regioni, con esenzioni dal bollo, dai divieti e dalle limitazioni al traffico.

Oggi si guarda, come soluzione al problema delle emissioni, soprattutto alla motorizzazione elettrica e ibrida. Bene, il futuro prossimo è sicuramente lì. Più avanti, forse, le cellule di combustibile a idrogeno. Ma queste auto di ultima generazione non sono economiche da acquistare e non è possibile fare un retrofit sul parco auto esistente. Quindi, per non trasformare in nemici delle politiche ambientaliste milioni di automobilisti anche in Italia, come sta avvenendo in Francia, occorre trovare delle ragionevoli soluzioni “ponte”, efficaci subito, in attesa di un naturale (o, meglio, incentivato) ricambio del parco auto nazionale.

Con le rottamazioni degli scorsi anni, infatti, si è già ringiovanito il parco macchine del Paese; poi, il sommarsi della crisi economica con l’inasprimento delle regole Euro lo stanno ora facendo invecchiare di nuovo. Secondo le stime UNRAE (Associazione delle Case automobilistiche estere), infatti, il parco circolante al 30.06.2018 era così composto: totale 37.600.000, di cui il 34,1% ante Euro 4; il 19,1% Euro 5; il 17,1% Euro 6.

Alla luce di questi dati, occorrerebbe pensare a misure efficaci, ma che possano andare incontro ai bisogni reali dei cittadini: un terzo delle auto circolanti sono ante Euro 4? I proprietari sicuramente non sono amanti delle auto vintage, ma non possono permettersi un’auto nuova. Potrebbero, però, rottamarle e comprare un usato Euro 5; ma se fra un anno, poi, si inaspriscono i limiti e si vieta loro di circolare con quello, il rinnovo è fortemente disincentivato e non si migliora la situazione delle emissioni.

Per rinnovare con poca spesa il parco circolante e migliorare l’impatto ambientale globale, con senso del realismo e del compromesso, si potrebbe dare garanzie sul futuro a chi rottama un’auto obsoleta per acquistare un usato più recente. O estendere il superammortamento offerto alle imprese per l’acquisto di un’auto nuova anche alle persone fisiche, e così via.

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