Ogni mattina si alza un leone, insieme a diecimila gazzelle. Al leone non mancano le prede, deve solo trovare le più vulnerabili, quelle malate o ferite o gli esemplari che si trovano fuori dalla tutela che ogni branco di erbivori rappresenta. Il predatore sceglie le prede, si avvicina invisibile e poi cerca di garantirsi il cibo per qualche giorno.
Una metafora della vita reale, molto adatta per essere calzata su altri personaggi, umani, criminali, capaci di identificare le debolezze delle loro prede. Per questo ogni mattina un trafficante di cuccioli si alza e pensa quale sia il modo migliore per trovare acquirenti.
Le prede non mancano mai, sono molto diversificate ma hanno un minimo comune denominatore: quello di voler essere truffate, credendosi molto furbe e quello di essere convinte di incarnare il prototipo del vero amante degli animali.
Sono questi soggetti che in tutta Europa contribuiscono, oramai da più di trent’anni, ad alimentare un commercio che non conosce soste, non ha confini e rende molti soldi, quasi sempre con scarse ricadute fiscali, pur viaggiando spesso attraverso canali legali o apparentemente tali. Questa è la fotografia, il tratteggio reale, di quella che in tutta Europa è conosciuta come la tratta dei cuccioli.
Il mercato capace di muovere ogni anno nei paesi della vecchia Europa (Francia, Spagna, Italia, Germania, ma anche Gran Bretagna e Irlanda) un traffico di cuccioli di cane e gatto che raggiunge gli otto milioni di animali venduti. Una cifra impensabile sotto ogni punto di vista: per il volume economico che genera, per la sofferenza che causa, per il numero di clienti truffati e per quello degli animali sfruttati.
Otto milioni di cuccioli che moltiplicati per un prezzo di vendita medio di 500 Euro a cane rappresenta un indotto di oltre quattro miliardi euro, troppo spesso esenti da ogni imposta. Cuccioli di cane (e gatto, anche se in misura molto minore) che sono allevati in parte in allevamenti, in massima parte nelle puppy farm casalinghe dove persone si improvvisano allevatori per arrotondare i guadagni di famiglia, allevando cani in gabbie improvvisate, in fusti di carburante vuoti se sono di piccola taglia o in contenitori di plastica, di quelli per la raccolta dei pomodori nelle campagne.
Quasi tutti gli allevatori si trovano nei Paesi comunitari dell’Est Europa, dove questo business è nato: Ungheria, Slovacchia, Romania, Polonia ma altre nazioni si stanno affacciando avendo capito il valore della torta. Altri allevatori, invece, hanno base fuori dalla UE in Paesi confinanti, come l’Ucraina. Stati dove, più di altri fra quelli dell’Est Europa, hanno problemi sanitari che derivano dalla presenza del virus della rabbia, una zoonosi mortale per l’uomo che costituisce una minaccia tutt’altro che risolta. Così come altre forme virali, non contagiose per l’uomo, che arrivano in Italia, per esempio il cimurro che in varianti sempre nuove arriva nei Paesi della vecchia Europa, dove risultava essere stato praticamente debellato, grazie a campagne di vaccinazione di massa sui cani di proprietà. Un pericolo per i cani certo, ma anche un potenziale pericolo per gli uomini.
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