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Ambiente
incendi diffusi

L’Artico brucia: in fiamme le foreste boreali

L’Artico brucia: in fiamme le foreste boreali

Armando Gariboldi Armando Gariboldi 8 Ago 2019

La miccia è stata accesa (e non in senso figurato) e la bomba ormai sta per esplodere.

Allarmismo? No, necessità di richiamare attenzione su un fenomeno che, a memoria d’Uomo, sino ad ora non si era ancora verificato: l’incendio massiccio e prolungato delle foreste boreali all’altezza del Circolo Polare Artico.

Qualcosa di simile era accaduto nel 2015 in Indonesia, ma ora il fuoco sta toccando uno dei centri nevralgici che sostengono, seppur spesso indirettamente, i meccanismi del freddo del Pianeta, in aree ecologicamente assi più delicate.

La Siberia è in fiamme

Da almeno due mesi stanno infatti bruciando vastissime aree boschive della Siberia e, in misura minore, anche dell’Alaska, del Canada e della Groenlandia. Soprattutto in Russia la situazione è drammatica, in quanto la distanza dai centri abitati e le obiettive difficoltà logistiche hanno portato le autorità sovietiche a considerare “anti-economico” l’intervento massiccio con i Vigili del Fuoco. In tal modo ci si limita a monitorare da lontano lo sviluppo di questi devastanti roghi che, alimentati dalle alte temperature e dal vento, sono di fatto lasciati liberi di continuare.

La stima al 30 luglio segnala più di 3,2 milioni di ettari (una superficie pari al Belgio) preda delle fiamme, soprattutto nella Jacuzia, la vasta regione russa nella Siberia nordorientale, e nei territori delle città di  Krasnoyarsk e di Irkutsk, dove l’aria sta cominciando a diventare irrespirabile a causa del fumo degli incendi.

Questi incendi sino ad ora hanno liberato in atmosfera 100 milioni di tonnellate di anidride carbonica, il “gas serra” per eccellenza, ovvero una quantità apri a quella prodotta mediamente dal Belgio in un anno. Non solo: gli incendi si stanno estendendo anche alla tundra ed alla vegetazione arborea bassa e a quella erbacea. Complice un riscaldamento del clima che ha visto quest’anno scarsità di precipitazioni e temperature massime arrivare fino a 30 gradi centigradi anche  nelle regioni solitamente più fredde della Russia settentrionale, il terreno si presenta secco ed anche il famoso permafrost (ovvero il suolo gelato in modo permanente tipico di queste regioni), si sta sciogliendo. In queste aree il clima è ormai da anni destabilizzato, il freddo vortice polare è sempre più debole e le incursioni di aria calda fanno innalzare le temperature anche 10 o 20 gradi in più rispetto alla norma.

Delicati meccanismi che rischiano di cedere

Ovviamente i danni sulla biodiversità locale sono enormi, ma sono le conseguenze sui delicati meccanismi generali di regolazione del clima che preoccupano. Infatti cominciano ad emergere una serie di dati che fanno capire come questi fenomeni stiano avendo e ancor più avranno in futuro ripercussioni a livello globale, alimentando la crisi climatica già in atto. Ad esempio oltre a ridurre ulteriormente la capacità di queste foreste di produrre ossigeno e di intrappolare ed assorbire anidride carbonica, la ricaduta della fuliggine sui nevai e sul ghiaccio ne favorisce il loro veloce scioglimento, dal momento che ne riduce la riflettività e intrappola più calore. Così come il cielo oscurato dal fumo aumenta l’effetto serra di quelle regioni, proprio come accade durante un’eruzione vulcanica, accentuando tutti i processi di riscaldamento, che ha loro volta ostacolano e rallentano la formazione di nuovo ghiaccio anche in inverno arrivando ad influenzare anche la dinamica delle correnti marine del mare Artico e così via, in un meccanismo perverso sempre più in crisi.

Per tutti questi aspetti quello che sta succedendo nelle zone selvagge del Circolo Polare Artico , soprattutto in Russia, dovrebbe essere affrontato come un’emergenza mondiale e non come una crisi regionale.

Sempre meno ghiaccio

Tra l’altro vi anche un ulteriore preoccupante aspetto che purtroppo va ricordato. Nei suoli sempre meno ghiacciati di queste regioni, all’interno del già citato permafrost, si sono accumulate nel corso dei millenni miliardi di tonnellate di gas serra ancora più pericolosi della CO2 (come ad esempio  il metano) che potrebbero essere liberati e scaldare ancora di più il pianeta. Secondo uno studio del Cnr pubblicato nel 2016, in queste regioni sono intrappolate 1.400-1.700 miliardi di tonnellate di carbonio equivalente, che potrebbero riversarsi in atmosfera nel corso dei prossimi decenni, peggiorando in maniera forse definitiva la situazione.

E non è finita: come se tutto ciò non bastasse, si teme che dal permafrost che si scioglie, accanto a carcasse di Mammuth e di altri animali dell’ultima glaciazione, si risveglino antichi e sconosciuti virus , in un momento in cui, tra l’altro, i nostri antibiotici stanno perdendo la loro efficacia.

Insomma, una situazione davvero critica che però si potrebbe ancora disinnescare, a patto che essa venga  appunto affrontata con un approccio globale; per esempio con una sorta di task-force internazionale, magari coordinata dalle Nazioni Unite, che spenga gli incendi ed avvii campagne di monitoraggio e controllo anche sanitario in quelle regioni.

Questa capacità di unirsi e agire in modo coordinato, tralasciando le beghe da cortile che da sempre hanno diviso l’Umanità (e di cui noi, in Italia, siamo divenuti ormai dei veri esperti) e consapevoli di quelle che sono le vere priorità per il futuro, costituiscono la vera “prova del Fuoco” a cui è chiamato il genere umano ma anche i singoli individui.

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  • riscaldamento globale

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