Simone Panigada, presidente dell’Istituto Tethys Onlus – organizzazione non-profit per lo studio e la tutela dell’ambiente marino – ha partecipato a uno studio internazionale, “Ship collision risk threatens whales acrossthe world’s oceans” pubblicato sulla rivista Science, che individua le zone più esposte agli incidenti tra imbarcazioni e grandi cetacei a livello mondiale, incluso il Mediterraneo.
Ogni anno migliaia di balene vengono ferite o uccise a causa delle collisioni con imbarcazioni, in particolare con grandi portacontainer, che trasportano attraverso gli oceani l’80% delle merci commercializzate.
Uno degli ostacoli per la protezione delle specie più vulnerabili è la difficoltà di ottenere dati sugli incidenti a livello mondiale.
Un nuovo importante studio condotto dall’Università di Washington, che ha visto anche la partecipazione dell’Istituto Tethys Onlus, ha quantificato, per la prima volta, il rischio di collisioni tra navi e grandi cetacei a livello globale per quattro delle specie più diffuse e minacciate dal traffico marittimo:
- balenottera azzurra (blue whale)
- balenottera comune (fin whale)
- megattera (humpback whale)
- capodoglio (sperm whale).

Mappe del rischio di collisioni tra cetacei e navi, suddiviso per specie. Le aree in rosso indicano il rischio maggiore. © Anna Nisi
Sovrapposizione di rotte
La ricerca evidenzia come il traffico marittimo mondiale si sovrapponga per il 92% agli areali di queste specie.
«Ogni anno le navi percorrono distanze equivalenti a migliaia di volte il tragitto avanti e indietro per la luna, attraversando le aree di distribuzione di questi animali marini, e il problema è destinato a crescere con l’impennata dei trasporti via mare prevista per i prossimi decenni» dichiara Briana Abrahms, dell’Università di Washington, del Center for Ecosystem Sentinels, co-autrice del lavoro.
«Le collisioni tra balene e navi sono state studiate per lo più a livello locale, e la distribuzione del rischio era sconosciuta per ampie aree» spiega Anna Nisi, dell’Università di Washington, prima autrice del lavoro.
Il nuovo studio cerca di colmare queste lacune su scala globale. Una volta individuato dove è più probabile che si verifichino delle collisioni, ci sono interventi semplici che potrebbero ridurre notevolmente il rischio.
Invece, attualmente solo il 7 % circa delle aree a più alto rischio di collisioni dispone di misure di protezione. Tra queste, ci dovrebbe essere la riduzione della velocità per le navi, obbligatoria o volontaria che sia.

I tre pannelli indicano il grado di sovrapposizione tra le 4 specie di grandi cetacei presi in considerazione e il traffico navale tra il 2017 e il 2022.
A: distribuzione globale media per balenottera azzurra, balenottera comune, megattera e capodoglio. Le aree in giallo e verde sono quelle maggiormente usate dagli animali.
B: distribuzione globale del traffico navale. Le aree gialle e verdi sono quelle a traffico più intenso.
C: sovrapposizione di A e B. Le aree in giallo rappresentano traffico elevato ma bassa concentrazione di animali; quelle viola indicano, al contrario, alta frequentazione di cetacei e bassi livelli di traffico. © Anna Nisi
Il team dello studio ha raccolto circa 435.000 avvistamenti. Per individuare le zone dove maggiore è la probabilità di incontro tra balene e navi, tali dati sono stati sovrapposti ai percorsi di 176.000 navi mercantili.
Le aree ad alto rischio si trovano principalmente lungo le coste del Mediterraneo, di alcune zone delle Americhe, dell’Africa meridionale e dell’Asia.
Paradossalmente, molte delle aree più pericolose rientrano in aree marine protette, che però, essendo state istituite soprattutto per limitare pesca e inquinamento industriale, non prevedono limiti di velocità per le navi.
«Implementare delle misure di gestione anche solo sul 2,6% della superficie degli oceani basterebbe a proteggere tutte le aree a maggior rischio» continua la Abrahms.
«Solitamente, per raggiungere obiettivi concreti, spesso le attività industriali devono essere limitate in modo significativo, o viceversa. In questo caso, c’è un beneficio di conservazione potenzialmente significativo per le balene, con costi molto contenuti per l’industria marittima» fa notare Heather Welch, co-autrice del NOAA e dell’Università della California di Santa Cruz.
Le poche misure attualmente esistenti sono per lo più limitate alla costa pacifica del Nord America e al Mediterraneo. Lungo la costa orientale della Grecia ionica sono state spostate verso il largo alcune rotte delle navi, riducendo così significativamente la sovrapposizione con l’areale dei capodogli. In Mar Ligure invece, dove il rischio di collisioni è particolarmente alto, ci sono al momento degli studi in corso, che si concentrano sulle tecnologie per munire le imbarcazioni di un sistema di allerta che informi l’equipaggio della presenza di una balena in tempo per ridurre la velocità» aggiunge Simone Panigada, coautore della pubblicazione e Presidente dell’Istituto Tethys.
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com




