Alcune simulazioni condotte per il Mediterraneo occidentale dimostrano che, proteggendo il 30% del Mare nostrum con una rete ecologicamente connessa di aree marine protette istituite in aree chiave per la biodiversità, si innescherebbe un aumento della biomassa dei predatori (come mammiferi marini, squali e grandi pesci pelagici) del 10-45% e del 10-23% delle specie ittiche di interesse commerciale.
Se investissimo nella protezione del mare, quindi, potrebbe trarne enorme vantaggio non solo la biodiversità, ma anche l’uomo con le sue comunità che vivono grazie al patrimonio ittico del mare.
Le “banche del mare”
Un Mediterraneo ricco di “banche del mare” favorirebbe la ripresa e la conservazione delle risorse marine, promuovendo la resilienza degli ecosistemi marini e contribuendo al benessere delle popolazioni costiere e all’economia mediterranea.
La Strategia Europea sulla Biodiversità 2030, in linea con il quadro globale per la biodiversità Kunming-Montreal, impone agli stati membri di proteggere entro il 2030 il 30% dello spazio marittimo.
Nel suo ultimo report “Banche del Mare” il WWF ha lanciato un appello indicando 7 passi fondamentali soprattutto per l’Italia per garantire che gli impegni presi siano rispettati, tra cui la necessaria revisione della governance del sistema delle aree marine protette nazionali e dei siti Natura 2000 e del relativo sistema di sorveglianza.
Obiettivo 30% protetto: siamo in alto mare
A oggi solo l’8,33% del Mediterraneo è protetto, e la superficie cumulativa dell’area a protezione integrale (no-go, no-take o no-fishing) rappresenta solo lo 0,04% del Mediterraneo, una cifra esigua schiacciata dalle minacce che incombono sul resto del Mediterraneo: oltre a perdita di habitat marini, pesca eccessiva e/o illegale, traffico marittimo e inquinamento acustico e chimico, su tutte preme il cambiamento climatico, che nel nostro mare provoca un aumento della temperatura dell’acqua del 20% più veloce della media globale con alterazioni degli habitat e della distribuzione e sopravvivenza delle specie autoctone.
Le aree marine protette a oggi esistenti, inclusa la Rete Natura 2000, non sono messe nelle condizioni di compiere il proprio lavoro di “banche del mare”: in Italia in particolare, la maggior parte delle AMP esistenti lamenta una carenza di personale competente, di sorveglianza efficace e una difficoltà a reperire i finanziamenti per assicurare l’implementazione di azioni di conservazione e un monitoraggio.
“Banche del mare”, il caso di Torre Guaceto
Aree Marine Protette efficacemente gestite e sorvegliate favoriscono la rigenerazione degli stock ittici non solo all’interno ma anche nelle aree di pesca circostanti, contribuendo alla sostenibilità delle attività di pesca.
Uno studio citato nel report del WWF effettuato su 24 AMP del Mediterraneo ha mostrato che le aree integralmente protette nelle AMP avevano una biomassa di specie ittiche doppia rispetto alle aree esterne, con effetti maggiori sulle specie di interesse commerciale.
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