Il fuoco non è un fatto occasionale sulle isole vulcaniche delle Hawaii: tra il 1999 e il 2020, solo nell’isola di Maui ci sono stati 80 incendi. Col passare dei giorni si fanno progressivamente più chiari i motivi che hanno portato al recente incendio disastroso dell’isola di Maui, che ancora oggi non ha un bilancio definitivo delle vittime. Secondo il prof. Mauro Agnoletti, Direttore della Cattedra UNESCO sui Paesaggi del Patrimonio Agricolo presso l’Università di Firenze, attualmente impegnato in una missione lavorativa alle Hawaii: «L’abbandono dell’agricoltura è tra i fattori più significativi del rapido propagarsi delle fiamme nell’isola di Maui. L’economia agricola ha lasciato il passo a un enorme sviluppo del turismo, contribuendo allo sviluppo di una estesa vegetazione erbacea e arbustiva altamente infiammabile. Una situazione che trova dei parallelismi in Italia».
Il fuoco alle Hawaii non è un evento occasionale: ogni anno brucia circa l’1% della superficie territoriale, una percentuale molto superiore a quella degli incendi in Italia che ha un territorio dieci volte più grande.
«I funzionari del Dipartimento di Agricoltura e Foreste del governo forestale non sono autorizzati a rilasciare dichiarazioni, ma gli incontri informali con i colleghi dell’Università delle Hawaii e il personale del centro di ricerca sulle foreste del pacifico evidenziano motivazioni che trovano un parallelo anche con la situazione in Italia e in altre parti del mondo» puntualizza Agnoletti.
Un problema comune anche in Italia
Anche nel nostro Paese, l’abbandono di dieci milioni di ettari di aree agricole negli ultimi 80 anni e il raddoppio della superficie forestale, passata da circa cinque a undici milioni di ettari, dei quali almeno un milione costituiti da formazioni arbustive, ha creato estese superfici vegetali compatte e omogenee, assai suscettibili al fuoco, anche perché non oggetto di alcuna forma di gestione.
«C’è da osservare che il fuoco sviluppatosi nel centro dell’isola sembra dovuto al crollo di una linea elettrica a causa dei forti venti, mentre quello sviluppatosi intorno della città di Lahaina ha causato molte vittime anche per via degli edifici in legno» aggiunge Agnoletti.
I forti venti hanno sicuramente reso difficile arrestare il fuoco e contribuito alla sua veloce espansione, ma uno dei fattori più significativi per il suo rapido propagarsi è anche l’abbandono dell’agricoltura che ha caratterizzato gli ultimi 200 anni di storia locale.
«L’economia agricola ha infatti lasciato il passo ad un enorme sviluppo del turismo contribuendo anche alla attuale dipendenza delle isole dall’importazione di cibo. Fra le altre conseguenze si è avuto sviluppo di una estesa vegetazione erbacea e arbustiva sui campi abbandonati che ha creato una copertura continua di materiale vegetale altamente infiammabile» spiega l’esperto.
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