In Nuova Zelanda mi sono divertito a guardare i rari bombi del Regno Unito e le api domestiche che si nutrivano e impollinavano felicemente enormi e colorate infiorescenze di viperina azzurra, lupino, digitale e trifoglio. Eppure, mentre stavo lì, masticando con soddisfazione un pasticcio fatto di selvaggina (anch’essa non-nativa), sapevo che stavo guardando una parodia ecologica. La verità è che in Nuova Zelanda abbiamo messo insieme un ecosistema-Frankenstein nella parte sbagliata del mondo e che così facendo abbiamo annientato le creature native che vivevano qui.
Dave Goulson, Il ritorno della regina, ed. Hoepli
Al giorno d’oggi, buona parte del grande pubblico è a conoscenza del fatto che l’introduzione di specie provenienti dall’altro capo del mondo può provocare danni ecologici anche gravi. Nutrie, procioni, scoiattoli grigi o gamberi rossi della Louisiana sono soltanto alcune delle specie alloctone che hanno invaso le campagne del Belpaese, portando con sé problemi di vario genere, come competizione diretta con gli animali nativi o danni all’ecosistema. All’estero, i danni causati dalle specie introdotte sono stati spesso devastanti, come ad esempio i conigli introdotti in Australia. Oggi, consci di questi drammatici precedenti, si evita di trasportare animali e piante da una parte all’altra del pianeta. Ma è una conoscenza che è maturata col tempo e con decenni di lavoro di sensibilizzazione da parte di naturalisti e comunicatori scientifici. In passato la faccenda era ben diversa.
Con l’avvento del colonialismo, nazioni europee come, la Francia, la Spagna o l’Olanda iniziarono a spartirsi ampie porzioni di Africa, sud America e sudest asiatico. La conquista di nuove terre esotiche spinse molti europei a voler vedere da vicino la natura insolita di quei paesi lontani e così animali e piante totalmente estranei agli ecosistemi europei vennero portati nel vecchio continente. Allo stesso modo, i coloni che erano espatriati ed erano andati a popolare quelle colonie combatterono la nostalgia di casa portando con sé animali e piante a cui erano maggiormente avvezzi. Per questo motivo nacquero le “società di acclimatazione”, con lo specifico intento di favorire queste introduzioni.
Nel 1854, il grande zoologo francese Isidore Geoffroy Saint-Hilaire fondò la Societé Zoologique d’Acclimatation, che aveva come missione l’importazione di animali esotici in Francia. Non erano esclusi nemmeno gli esseri umani. Saint-Hilaire credeva infatti che le specie potessero essere forzate ad adattarsi a nuovi ambienti. Venne ben presto creata una filiale in Algeria, mentre nel 1861 a Parigi venne fondato il Jardin d’Acclimatation con lo scopo di mostrare ai curiosi animali e persone provenienti da paesi lontani. La società offriva anche onorificenze a chiunque riuscisse a fare in modo che le specie importate si riproducessero stabilmente nei loro nuovi ambienti.
Il Regno Unito seguì a ruota, su proposta del giornale The Field. Il 21 gennaio 1859 venne organizzata una cena a base di animali esotici a cui partecipò, tra gli altri, il celebre biologo Richard Owen. Venne discussa la possibilità di allevare alcune di queste specie in territorio inglese, principalmente per allevarle. Tra queste c’era l’eland, una massiccia antilope originaria dell’Africa orientale, di cui Owen parlò nei giorni seguenti in una lettera indirizzata al Times. Nella lettera, il celebre scienziato esaltò la bontà delle carni dell’animale e abbracciò con convinzione la causa dell’acclimatazione.
Ma fu nelle colonie ed ex-colonie britanniche che le società di acclimatazione si mossero con più convinzione, e facendo danni ben più gravi. L’ornitologo dilettante Eugene Schieffelin portò con sé negli Stati Uniti prima alcuni passeri europei, che entrarono in competizione diretta con le specie locali, e poi un centinaio di storni, che diventarono un’autentica piaga, generando negli anni una popolazione di oltre duecento milioni di individui. Per alcuni storici, questa sua iniziativa fu spinta dal desiderio di portare in America tutte le specie di volatili citati da Shakespeare. Questa, però, è probabilmente solo una diceria nata dalla sua scarsa popolarità.
In Oceania poi, queste iniziative ebbero un grande successo. Un colonizzatore inglese in Australia di nome J. Martin scrisse nel 1830: “gli alberi trattengono le loro foglie e cambiano la corteccia, i cigni sono neri, le aquile bianche, le api non hanno il pungiglione, alcuni mammiferi hanno le tasche, altri depongono uova…” La falsa convinzione che la natura australe fosse in qualche modo più “debole” di quella europea, oltre al desiderio di avere intorno a sé forme di vita più familiari, portò all’introduzione di decine di specie europee. Animali da allevamento e pesci d’acqua dolce, uccelli selvatici e piante da fiore: molte specie divennero invasive, altre danneggiarono gravemente la natura locale. Ad alcuni errori si rimediò con altri errori: tra i vari tentativi che si portarono avanti per eradicare i conigli dall’Australia e gli opossum dalla Nuova Zelanda ci fu persino l’introduzione di donnole ed ermellini, che ovviamente si concentrarono su ben altre prede. Fu soltanto con i primi anni del XX secolo che finalmente iniziarono a essere creati rigidi protocolli sull’importazione delle specie esotiche, e molte società di acclimatazione chiusero o si reinventarono come società di cacciatori o pescatori. Ma ormai enormi danni erano già stati fatti.
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