Le mascherine in stoffa sono più “fashion” di quelle professionali certificate, possono essere personalizzate nei colori e nei disegni per trasmettere il messaggio di “chi siamo” (o di chi vorremmo essere), possono essere lavate e riutilizzate. Ma proteggono solo… dalle multe.
Le mascherine in stoffa, infatti, non hanno una funzione filtrante in fase inspiratoria, pertanto non proteggono chi le porta dall’inalazione di particelle aeree di piccole dimensioni (aerosol) e forniscono solo una minima protezione a chi la indossa da droplets (goccioline) pesanti nell’ordine circa del 20-30%.

Le mascherine di stoffa, definite “mascherine di comunità” sono mascherine non classificabili né come dispositivo medico, né come dispositivo di protezione individuale. Si tratta di una categoria di mascherine ammessa dal decreto Cura Italia, che autorizza all’uso di mascherine che non abbiamo alcuna certificazione.
Ora, però, giovanissimi ricercatori del BYU (Brigham Young University) College of Engineering hanno realizzato normalissime mascherine in stoffa che, con l’aiuto di filamenti di nanofibre, dovrebbero riuscire a filtrare almeno il 95% delle particelle sospese nell’aria come i dispositivi di protezione più sofisticati, omologati N95.
Gli studenti del College of Engineering della BYU, in collaborazione con la Nanos Foundation, hanno sviluppato una membrana in nanofibra che può essere inserita tra i pezzi di stoffa in una maschera in stoffa fatta in casa o di quelle in vendida con i più svariati colori e disegni.
La membrana, che può essere realizzata con materiali semplici ed economici, sarà in grado di bloccare dal 90 al 99% delle particelle, aumentando l’efficacia ma preservando la traspirabilità.
La membrana è realizzata con un processo chiamato “elettrofilatura”, che consiste nello sciogliere una plastica polimerica in una soluzione e poi usare una corrente elettrica per “filare” una goccia di polimero attraverso un ago.
«Queste nanofibre creano una sorta di rete non tessuta» ha spiegato Katie Varela, ingegnere meccanico senior del team del progetto.
Non solo. La carica elettrica che rimane nelle fibre porta un ulteriorte beneficio, perché le particelle di virus hanno anch’esse una carica statica. Quando si avvicinano alla mascherina, vengono attratte staticamente dal tessuto e non sono in grado di attraversarlo, impedendo così l’inalazione dei virus.
Con una protezione analoga ai dispositivi N95, queste mascherine in tessuto nanotecnologico hanno il vantaggio di una migliore respirazione, traspirazione e raffreddamento. Il team di giovani ricercatori intende pubblicare in “open source” il processo di realizzazione di questa membrana, a disposizione di tutti, con il proposito che siano organizzazioni no-profit a realizzarle per la popolazione.
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