Per secoli hanno condiviso gli stessi paesaggi, contribuendo a disegnare l’identità del Mediterraneo. Il pino domestico, con la sua caratteristica chioma ad ombrello, è diventato il simbolo delle coste italiane e delle campagne romane; il leccio, più discreto ma altrettanto diffuso, costituisce invece la struttura portante delle foreste mediterranee. Oggi, però, il cambiamento climatico sta mettendo queste due specie di fronte a una prova senza precedenti. E la risposta è molto diversa.
Mentre il pino domestico appare sempre più vulnerabile agli effetti combinati di siccità e insetti parassiti, il leccio continua a prosperare, ad assorbire anidride carbonica e a svolgere il suo ruolo di “filtro naturale” dell’aria. È il risultato di uno studio promosso e coordinato dal Consiglio scientifico della Tenuta Presidenziale di Castelporziano insieme a ENEA, Sapienza Università di Roma, CNR ed European Forest Institute, che offre uno sguardo sul possibile futuro delle foreste mediterranee.
Castelporziano, una finestra sul futuro delle foreste
Per capire come il cambiamento climatico stia modificando gli ecosistemi mediterranei, i ricercatori hanno studiato uno dei luoghi più preziosi d’Italia per la biodiversità mediterranea. La Tenuta Presidenziale di Castelporziano si estende per circa 6.000 ettari lungo il litorale laziale, tra Ostia e Torvaianica, all’interno del territorio di Roma Capitale. Fa parte della residenza ufficiale del Presidente della Repubblica e conserva uno degli ultimi grandi lembi della foresta costiera che un tempo ricopriva gran parte delle coste tirreniche.
Il paesaggio è estremamente vario: pinete di pino domestico, boschi di leccio, querceti misti, macchia mediterranea, dune costiere, prati e zone umide ospitano una biodiversità eccezionale. La presenza contemporanea di ambienti diversi rende la Tenuta un laboratorio naturale ideale per osservare gli effetti del cambiamento climatico sulle specie forestali.
Da oltre trent’anni, infatti, Castelporziano è oggetto di monitoraggi continui che misurano lo stato di salute della vegetazione, gli scambi di carbonio tra foresta e atmosfera, i flussi di gas serra e la risposta degli alberi agli eventi climatici estremi. Nel 2022 il sito ha ottenuto la certificazione di stazione di Classe 1 della rete europea ICOS (Integrated Carbon Observation System), il massimo riconoscimento per la qualità delle misure sul ciclo del carbonio e, a oggi, unico caso italiano per una foresta. Grazie a questa straordinaria serie storica di dati, Castelporziano rappresenta un osservatorio privilegiato per capire come potrebbero evolvere le foreste del Mediterraneo nei prossimi decenni.
Il pino domestico sotto pressione
L’analisi ha evidenziato che circa il 13% della superficie forestale della Tenuta mostra segni di deterioramento. A soffrire sono soprattutto le pinete di pino domestico (Pinus pinea) e la causa non è una sola. Gli alberi devono affrontare contemporaneamente estati sempre più lunghe e siccitose, temperature elevate e l’arrivo di nuovi insetti parassiti, una combinazione che amplifica gli effetti di ciascun fattore.
La siccità, infatti, riduce la disponibilità di acqua e mette sotto stress il metabolismo della pianta. Uno degli effetti meno noti riguarda la produzione di resina, che rappresenta il principale sistema di difesa del pino contro gli insetti. Quando l’albero dispone di poca acqua, produce meno resina e diventa molto più vulnerabile agli attacchi. In queste condizioni trovano terreno favorevole due parassiti che negli ultimi anni hanno provocato danni estesi anche in altre aree italiane.
Il primo è il bostrico del pino (Tomicus destruens), un piccolo coleottero lungo pochi millimetri che scava gallerie sotto la corteccia per deporre le uova. Le larve interrompono il flusso di acqua e sostanze nutritive tra radici e chioma, provocando un rapido deperimento dell’albero. Il secondo è la cocciniglia tartaruga (Toumeyella parvicornis), specie originaria del Nord America comparsa in Italia negli ultimi anni. L’insetto si nutre della linfa dei pini e produce abbondante melata, una sostanza zuccherina sulla quale si sviluppa la fumaggine, un fungo nero che ricopre aghi e rami limitando la fotosintesi. L’effetto combinato dell’alimentazione dell’insetto e della fumaggine indebolisce progressivamente le piante fino a comprometterne la sopravvivenza.
I satelliti raccontano lo stato di salute della foresta
«Per analizzare lo stato di salute della vegetazione dell’intera Tenuta si sono rivelate uno strumento essenziale le immagini satellitari acquisite dalla missione europea Sentinel-2» spiega Alessandro Sebastiani, ricercatore del dipartimento ENEA di Sostenibilità e coautore dello studio insieme a Giuseppe Scarascia-Mugnozza (vice presidente del Consiglio scientifico della Tenuta presidenziale di Castelporziano), Fausto Manes (Sapienza Università di Roma) e Silvano Fares (Cnr). I ricercatori hanno confrontato i dati raccolti tra il 2018 e il 2024 con una risoluzione spaziale di dieci metri. L’osservazione satellitare consente di misurare il vigore della vegetazione attraverso indici che riflettono l’attività fotosintetica delle piante, permettendo di individuare rapidamente le aree in sofferenza e di seguirne l’evoluzione nel tempo.
Le immagini confermano quanto osservato sul campo: mentre le pinete mostrano un netto peggioramento dello stato di salute, il resto della vegetazione della Tenuta rimane complessivamente stabile. Ed è proprio qui che emerge il protagonista dello studio.
Il leccio, un albero progettato per il Mediterraneo
Il leccio (Quercus ilex) è una quercia sempreverde che rappresenta una delle specie più caratteristiche della vegetazione mediterranea. Può vivere diversi secoli, raggiungere i 20-25 metri di altezza e formare boschi molto stabili nel tempo. La sua principale forza risiede negli adattamenti sviluppati nel corso dell’evoluzione per affrontare un ambiente naturalmente caldo e povero d’acqua.
Le foglie sono piccole, coriacee e ricoperte da una spessa cuticola cerosa che limita la perdita di acqua per evaporazione. La pagina inferiore è spesso rivestita da una sottile peluria che riduce ulteriormente la traspirazione, mentre gli stomi, le minuscole aperture attraverso cui avvengono gli scambi gassosi, sono protetti all’interno della foglia.
Anche l’apparato radicale è particolarmente esteso e profondo, permettendo alla pianta di raggiungere riserve idriche che rimangono disponibili anche durante le estati più secche.
Queste caratteristiche consentono al leccio di mantenere una buona attività fotosintetica anche quando molte altre specie rallentano il proprio metabolismo. Lo studio conferma proprio questo comportamento: la lecceta di Castelporziano mostra variazioni molto contenute anche durante i periodi caratterizzati da elevate temperature e scarsità di precipitazioni.
Una macchina naturale per catturare carbonio
La resilienza del leccio non rappresenta soltanto un vantaggio per la specie. Ha effetti diretti anche sul clima e sulla qualità dell’aria. Una foresta che continua a crescere continua infatti ad assorbire anidride carbonica dall’atmosfera. A Castelporziano il bilancio netto raggiunge circa 8 tonnellate di carbonio per ettaro ogni anno, un valore superiore di circa il 20% rispetto a quello osservato negli anni Novanta.
Se si considera il solo processo di fotosintesi, il quantitativo di carbonio catturato arriva a circa 19 tonnellate per ettaro all’anno, collocando questa foresta tra gli ecosistemi più efficienti delle regioni temperate.
Ma il leccio offre anche un altro servizio ecosistemico poco conosciuto. Le sue foglie assorbono infatti fino a circa 8 grammi di ozono troposferico per metro quadrato ogni anno. L’ozono presente negli strati bassi dell’atmosfera è un inquinante dannoso sia per la salute umana sia per la vegetazione; la capacità delle foreste di rimuoverlo contribuisce quindi a migliorare la qualità dell’aria, soprattutto nelle aree urbane e periurbane.
Un cambio di paradigma nella gestione forestale
Per molti decenni il pino domestico è stato una delle specie più utilizzate nei rimboschimenti italiani. La sua crescita relativamente rapida, la capacità di consolidare le dune costiere e il forte valore paesaggistico ne hanno fatto una presenza quasi inevitabile lungo il litorale e nelle aree verdi mediterranee.
Oggi, però, il clima è profondamente diverso da quello in cui quei boschi si sono sviluppati.
Secondo i ricercatori, i risultati ottenuti a Castelporziano indicano la necessità di ripensare la gestione delle foreste mediterranee, privilegiando specie più resilienti, come il leccio, rispetto a specie che mostrano una maggiore vulnerabilità, come il pino domestico e alcune querce decidue.
Non significa rinunciare al pino, ma progettare boschi più diversificati e capaci di resistere alle condizioni climatiche future. La scelta delle specie influenzerà infatti la capacità delle foreste di continuare ad assorbire CO₂, mitigare l’effetto “isola di calore”, conservare la biodiversità e migliorare la qualità dell’aria.
Un messaggio che riguarda tutto il Mediterraneo
Il valore dello studio va oltre i confini della Tenuta Presidenziale. Il Mediterraneo è considerato dagli scienziati uno degli “hotspot” del cambiamento climatico, una delle regioni del pianeta dove l’aumento delle temperature procede più rapidamente della media globale e dove le precipitazioni estive sono destinate a diminuire. In questo contesto, comprendere quali specie siano in grado di adattarsi diventa fondamentale per pianificare la gestione delle foreste del futuro.
La sfida tra pino e leccio racconta quindi qualcosa che va oltre il destino di due specie. Racconta come il cambiamento climatico stia già riscrivendo il volto delle nostre foreste e offre un’indicazione preziosa su quali alberi potrebbero diventare i protagonisti del paesaggio mediterraneo del futuro.
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