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DIRITTI MINIMI DEGLI ANIMALI DI ALLEVAMENTO

L’etichettatura sul benessere animale è un ossimoro nella realtà degli allevamenti di suini

L’etichettatura sul benessere animale è un ossimoro nella realtà degli allevamenti di suini

Ermanno Giudici Ermanno Giudici 24 Set 2021

Bisogna essere davvero molto bravi per far credere ai consumatori che gli animali allevati per riempire i piatti vivano in condizioni di benessere. Uno sforzo che molto spesso la politica, le normative e gli uffici marketing riempiono di parole, ma svuotano di reali contenuti. Il sostantivo benessere dovrebbe significare lo stare bene, sentendosi in armonia con il mondo che ci circonda. Una situazione lontana da quella che ogni giorno viene vissuta all’interno degli allevamenti. Per correttezza sarebbe meglio parlare di “assenza di maltrattamenti” piuttosto che di benessere, ma questo ovviamente cambierebbe, e molto, il percepito da parte dei consumatori. Nulla tranquillizza anime e coscienze come avere la certezza che un animale sia allevato in uno stato di benessere, prima di terminare la sua esistenza per diventare cibo.

© Animal Equality

Il Decreto Rilancio prevede all’articolo 224 bis la certificazione e l’etichettatura volontaria di prodotti di origine animale che rispettino standard superiori ai requisiti di legge. Che spesso fissano livelli che ancora non rispettano le “5 libertà” indicate nel 1967 da Roger Brambell e ritenute il pilastro dei diritti minimi da assicurare agli animali d’allevamento.

Seppur si tratti di un’etichettatura volontaria non sfugge al lettore che questa possa rappresentare una leva forte, in consumatori sempre più attenti alla questione animale. Per questo un gruppo di associazioni, di tutela degli animali e dei consumatori, chiede che sia rivisto lo schema di decreto e gli standard per la certificazione del benessere animale nei prodotti suinicoli italiani.

La certificazione, che sta per essere votata in Conferenza Stato-Regioni, autorizzerebbe a etichettare con il claim “benessere animale” anche prodotti provenienti da scrofe in gabbia e da suini con la coda mozzata, pratica che viola palesemente il contenuto della direttiva europea di protezione dei suini. Tale certificazione, ancora, garantirebbe inoltre priorità di accesso ai fondi PAC e PNRR, favorendo ancora una volta gli allevamenti a carattere intensivo, piuttosto che la transizione verso sistemi più sostenibili e attenti alle condizioni di vita degli animali. Dimostrando così che parlare di benessere animale negli allevamenti intensivi costituisca un ossimoro, che non assicura diritti agli animali e prende in giro i consumatori.

© Animal Equality

«Una scrofa confinata in gabbia e un suino di 170 kg che vive su una superficie di 1,1 mq non sono esempi di benessere animale, né di transizione verso una maggiore sostenibilità ambientale» dichiarano le associazioni. «Chiediamo al ministro della Salute Speranza, che è responsabile per il benessere animale, e al ministro delle Politiche Agricole Patuanelli, responsabile della qualità del Made in Italy, di modificare lo schema di decreto e di non far approdare al voto in Conferenza Stato-Regioni gli standard ora previsti per la certificazione suinicola».

«Se i criteri della certificazione resteranno quelli sarà tradita completamente la promessa che PAC e PNRR siano utilizzati per stimolare un’agricoltura più sostenibile, nella direzione richiesta dal Green Deal europeo e dalla Strategia Farm to Fork” dichiarano le associazioni, che affermano anche come “la proposta ministeriale di certificazione volontaria dei prodotti suinicoli tradisca la fiducia dei consumatori, fornendo informazioni fuorvianti. Inoltre, certificare come ‘benessere animale’ pratiche con standard del tutto insufficienti livella verso il basso la qualità del comparto, penalizza gli allevatori virtuosi, fa perdere un’importante occasione per rendere più sostenibile l’allevamento suinicolo italiano e non risponde alle aspettative dei cittadini in tema di benessere degli animali allevati».

La via maestra per un reale cambiamento passa attraverso la riduzione del consumo di carne, non da etichettature fuorvianti. Benessere animale e impatto ecologico degli allevamenti devono essere valutati senza infingimenti, spiegando al pubblico quanto la produzione di carne rappresenti una delle maggiori cause di alterazione di ambiente e clima.

 

* Le associazioni sono: Animal Law, Animal Equality, Animalisti Italiani, CIWF Italia Onlus, Confconsumatori, ENPA, Essere Animali, Federazione nazionale Pro Natura, LAV, LEIDAA, Legambiente, OIPA, LIPU, The Good Lobby

 

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