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stai leggendo Luca Steinmann: perché sono tornato in Donbass
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Società
L’INVIATO DI GUERRA / Prima parte

Luca Steinmann: perché sono tornato in Donbass

Non ha mai smesso di seguire la guerra sul posto. Una preziosa, quanto rara, testimonianza diretta dal lato russo del fronte

Luca Steinmann: perché sono tornato in Donbass
Luca Steinmann

Pietro Greppi Pietro Greppi 8 Nov 2022

Torniamo a intervistare Luca Steinmann, inviato free lance in Ucraina e collaboratore della nostra casa editrice. Ricorderete certamente le sue quotidiane presenze in diretta con Mentana su La7.

Luca ha continuato a seguire la guerra, intervallando la sua presenza sui campi di battaglia con alcune puntate in Italia. Attualmente è in Donbass, a Lugansk.

 

Pietro Greppi – Sei spesso sul fronte, ma non è calato l’interesse da parte dei media?

Luca Steinmann – In realtà c’è ancora parecchio interesse da parte di diversi media. Il materiale che proviene al di là del fronte, sul lato russo, è molto richiesto. Esiste una copertura mediatica poco approfondita, quindi penso sia importante continuare a raccontare questo conflitto da qui. Le cose negli ultimi mesi stanno cambiando con una certa rapidità e con colpi di scena incredibili per certi versi.

 

P.G. – Ad esempio?

L.S.  – Basti pensare che i confini intorno alla città di Donetsk sono praticamente gli stessi di quando è iniziata la guerra il 24 febbraio scorso. Nel frattempo gran parte dell’Ucraina è stata annessa ufficialmente alla Russia, come sappiamo. Ma nel contempo c’è stata una forte controffensiva ucraina nella regione di Kharkiv e in quella di Lugansk e ho visto lungo le linee del fronte la forza e la superiorità tecnologica dell’esercito ucraino rispetto a gran parte dell’esercito russo.

Sono tutte informazioni molto importanti che spesso vengono filtrate dall’altra parte. Poterle raccogliere qui è un privilegio e determina parecchio interesse. C’è un altro importante aspetto da considerare. Il vedere le stesse persone nell’arco di diversi mesi, costruire conoscenze più profonde e più umane, capire come cambiano in relazione allo sviluppo di questa guerra è qualcosa che non riesci a ottenere attraverso un reportage più rapido e superficiale. Ecco perché ho deciso di continuare a raccontare il conflitto su questo fronte.

Un miliziano filorusso

Un miliziano filorusso dentro l’acciaieria di Azovstal, a Mariupol. © L. Steinmann

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P.G.  – Recentemente è andato in onda un tuo servizio su La7 in cui sei sul campo di battaglia, a fianco del gruppo Wagner. Sei riuscito a costruire un rapporto di fiducia con le truppe…

L.S.  – Sì. Non con tutte le truppe naturalmente. Non tutti mi amano, ma sono comunque riuscito a fare reportage con tutti principali gruppi armati.

 

P.G.  – In che senso con tutti?

L.S.  -L’esercito russo in realtà è composto da più eserciti che combattono insieme sul lato russo, l’uno di fianco all’altro: quello regolare russo, le milizie del Donbass, i ceceni, la guardia nazionale russa, il gruppo Wagner…

 

P.G.  – Ma come hai fatto, ad esempio, a entrare in contatto con il gruppo Wagner?

L.S.  – È stato ancora una volta il mio compagno di viaggio russo che conosco da tempo attraverso la guerra in Siria e altri conflitti… Io ho subito fatto presente ai miei interlocutori del Gruppo Wagner chi sono e il mio modo di lavorare. Ho fatto vedere alcuni miei reportage su altri fronti in diversi Paesi per cercar di trasmettere il mio approccio serio nel lavoro. Mettendo in chiaro, come faccio sempre, il fatto che non faccio propaganda per loro, ma neanche contro di loro.

 

P.G.  – Questa tua posizione è fondamentale e non perdi occasione per esprimerla (vd. Conferenza del 28/10 presso lo Swiss Corner a Milano – Ndr).  Il discorso dell’equilibrio e dell’oggettività probabilmente non viene sempre compreso…

L.S. – Innanzitutto specifico che io non pretendo di rappresentare l’oggettività. Cerco però di essere il più equilibrato possibile nella narrazione, per emanciparmi dalla propaganda.

Devo dire che non tutti capiscono questo tentativo di essere equilibrati. Molti russi hanno un approccio piuttosto rudimentale con la stampa, soprattutto in ambito militare, e quindi se non ti poni a favore della Russia fin dal primo scambio di battute non ti considerano proprio. Molti altri però, sempre in ambito militare, apprezzano questo tipo di approccio e sono quasi certo che in questo modo si ottengano un rispetto e una stima addirittura maggiori. Perché quella russa è una società molto complessa, ha un sistema militare molto complesso e molti lo sanno e si rendono conto delle difficoltà che ha uno straniero a operare su questo territorio. Il fatto che un giornalista riesca, seppur tra mille difficoltà, a continuare a lavorare nel corso del tempo, a tornare sul posto, senza esser rientrato nel frattempo in patria a denigrare la Russia, ma al contempo mantenendo le proprie posizioni… credo che mi aiuti a ottenere il rispetto di molte persone.

(continua…)

 

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