Negli ultimi anni segnati dalla pandemia si è sentito ripetere spesso: lasciamo la parola alla scienza. Già, ma la scienza, quando parla, dove parla? E a chi parla?
La comunità scientifica, quella seria e accreditata, pubblica sulle riviste internazionali di settore e viene perlopiù ignorata dai media. I motivi sono sostanzialmente due. Per affrontare con rigore questioni complesse servono tempo e spazio, mentre oggigiorno televisioni e giornali si sono piegati alle logiche della comunicazione social: tutto va detto in poche parole, anche quando non bastano. Inoltre la scienza non fa sconti e non concede compromessi.
Venendo alle questioni ambientali, va detto che gli studi dei ricercatori, che dagli anni Settanta, ma pure prima, sono affluiti con regolarità e premura, non hanno mai trovato spazio negli organi di informazione generalisti, salvo casi rarissimi. Accade così che di fronte all’ennesima frana o a una nuova alluvione le cronache manifestino stupore e si appellino all’imprevedibilità. In realtà le cause, vecchie e nuove, naturali e antropiche, che hanno contribuito a rendere l’Italia uno dei Paesi europei a maggiore rischio idrogeologico sono note agli specialisti.
Gli eventi catastrofici degli ultimi decenni, i morti e le distruzioni che si susseguono con desolante puntualità sono spesso riconducibili a responsabilità umane. Ciò indica con tutta evidenza che le analisi e le soluzioni suggerite sono state largamente ignorate. In ogni caso non sono state sufficientemente prese in considerazione per orientare i comportamenti collettivi e individuali verso quella mitigazione del rischio da sempre invocata dalla scienza.
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