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PERDITA DI BIODIVERSITÀ

Morte di una specie e coscienza infelice

Il chiurlottello è la prima specie estinta di animali europei in questo secolo

Morte di una specie e coscienza infelice
Chiurlottello al MUSE di Trento. © Di Ghedoghedo - Opera propria/CC BY-SA 4.0 via Wikimedia

Redazione Redazione 22 Nov 2024

 

di Danilo Selvaggi, Direttore LIPU

La notizia dell’estinzione del chiurlottello (prima specie di uccello europeo ufficialmente estinta nel nuovo millennio, NdR) ha fatto il giro della Rete e interessato anche un certo numero di testate giornalistiche, soprattutto online, che hanno reso noto e commentato l’evento (merito a loro).

 

In realtà, il destino della specie sembrava segnato già dagli anni Novanta, sebbene la richiesta ufficiale di estinzione sia giunta solo adesso, secondo i canoni e le procedure della comunità scientifica. È un po’ come per le persone disperse: si attende un certo lasso di tempo, nella speranza che le ricerche diano esito positivo (la persona è ritrovata viva) o comunque diano un esito (la persona è ritrovata, non viva). Solo quando è il momento giusto si annuncia l’esito, come ha fatto lo studio di Graeme M. Buchanan e altri, pubblicato su Ibis.

 

Alcune specie di uccelli, ricorda Buchanan, «Sono state riscoperte dopo più di un secolo di assenza di osservazioni… e quindi l’assenza di avvistamenti recenti non è, di per sé stesso, un criterio appropriato per dichiarare estinta una specie».

In tal senso Buchanan evidenzia anche come l’errata classificazione di una specie come estinta possa condurre al cosiddetto “errore Romeo”, che consiste nell’interrompere prematuramente gli sforzi per la conservazione di una specie, “causandone un’estinzione (che altrimenti potrebbe essere ancora evitabile)”. Errore al quale fa da contraltare il caso opposto: “continuare a stanziare risorse per la conservazione di una specie estinta”, sprecandole.

 

Le cause precise dell’estinzione del chiurlottello non le conosciamo e non le conosceremo, data l’alta complessità dei fenomeni che riguardano la vita di molte specie, la loro ecologia, le relazioni con le società umane, gli impatti diretti e indiretti che da queste subiscono. In taluni casi, la ricostruzione dei fatti è relativamente semplice e lineare, in altri è irregolare e complicata. Il chiurlottello rientra più nella seconda che nella prima categoria, sebbene appaia fuori discussione che dietro a questa “morte” ci siano varie componenti antropiche.

Il drenaggio di zone umide e torbiere, l’espandersi delle aree coltivate, la distruzione di habitat e siti riproduttivi vanno considerati fattori rilevanti, ai quali si aggiunge persino la caccia, che ha avuto la sua parte in causa e anzi potrebbe essere diventata più incisiva proprio con l’aggravarsi della situazione del Chiurlottello, secondo quel processo che in cibernetica è noto come “retroazione positiva”. Buchanan lo spiega bene: «È probabile che, con la rarefazione della specie sia aumentata la pressione per ottenere pelli da collezione, aggravando la pressione su una popolazione già in diminuzione». Cioè, più il chiurlottello andava in crisi, più diventava appetibile per la caccia e il bracconaggio, con ulteriore aggravio della crisi, fino al crack.

 

Sul fronte della caccia, l’Italia ha detto la sua, con stragi di chiurlottelli a metà del secolo scorso, specialmente in Toscana e nelle zone umide pugliesi, favorite da un motivo particolare: il carattere mansueto di questi uccelli, a cui, dunque, sparare era facile.

Inoltre, da non trascurare, dice Buchanan, il fatto che «L’attenzione per la conservazione del chiurlottello sia arrivata troppo tardi», considerando che il declino della specie era già stato ipotizzato nel 1912 ed esplicitato nel 1943 ed è già da allora, o da poco dopo, che si doveva intervenire.

Le comunicazioni diffusesi nel Web alla notizia della “morte del chiurlottello” sono piene di tristezza e rabbia, da parte delle comunità ornitologica e ambientalista, per una specie che ha esercitato un fascino quasi magico su molte persone (tra cui sicuramente Andrea Corso, tra i maggiori esperti del chiurlottello) e, in generale, per un evento che segna indiscutibilmente una sconfitta, un fallimento. Questo è, in ultima analisi, l’estinzione di una specie per le società umane: un fallimento.

Poi, in alcuni casi, il senso di tristezza è sembrato trascendere sé stesso per sfociare in un sentimento più vago e generico. Quel sentimento di dolore strutturale, di depressione strutturale che con sempre più frequenza appare nelle comunità ambientaliste. Una questione non da poco.

 

Chiamo questa condizione “coscienza infelice”, rubando il concetto ad altri contesti di sapere e riadattandolo. La coscienza infelice è uno stato d’animo negativo dovuto a problemi che vanno troppo oltre noi e che ci spingono a cercare in noi stessi, ovvero nello stesso dolore che proviamo, un motivo di sollievo. Insomma, è un disagio che si autoalimenta. Una terapia della sofferenza. Una comfort/discomfort zone.

 

La letteratura riconducibile alla “nuova” coscienza infelice trova un ambito privilegiato proprio nella cultura ecologica, intesa in senso stretto come ambientalismo e in senso largo come pensiero del vivente e delle relazioni tra i viventi. Dalla dark ecology alla collassologia, dal pessimismo ecologico all’ecoansia o alla solastalgia, si tratta di una letteratura in crescita, negli ultimi decenni, soprattutto perché in crescita è il fenomeno.

 

Il tema merita un’attenzione ben più ampia di quella che oggi riceve, sia per i suoi risvolti esistenziali, personali, sia per le sue conseguenze sociali e politiche. Coscienza infelice vuol dire sfiducia. Sfiducia vuol dire rinuncia. Rinuncia vuol dire sconfitta e dunque altra sfiducia, altra rinuncia, altra coscienza infelice. Un vortice tremendo, una retroazione positiva (come nel caso della caccia al chiurlottello) che di certo non giova alla causa.

 

Individuare le ragioni precise di questo fenomeno è complicato più o meno quanto capire quelle dell’estinzione del chiurlottello. Tuttavia, anche qui alcune idee di massima possiamo farcele. Ad esempio, come accennato, l’idea di un mondo ingestibile, ingovernabile e all’apparenza irredimibile, i cui problemi sono troppo più grandi di noi; o ancora, l’idea più specifica dell’indifferenza che in molti casi continua a dominare tra la politica e la società sul fronte dell’attenzione alla natura e all’ambiente, pur in presenza di dati preoccupanti e allarmi tutt’altro che fittizi.

 

Quanti avvisi fondati abbiamo oggi sulle specie in crisi? Cosa pensare del milione di specie a rischio secondo l’Ipbes? Cosa pensare delle liste rosse Iucn o dei dati della Lipu dal progetto Fbi, secondo cui in vent’anni abbiamo perso la metà delle rondini, il 65% dei passeri e il 78% di calandri e torcicolli?

 

Eppure, nonostante questi dati, si fa quasi finta di nulla. E qui nasce la frustrazione, benzina spaziale per la coscienza infelice. Nasce per la totale indifferenza, per l’incoscienza di fronte a problemi che non possono essere più classificati come fissazioni degli scienziati o deliri ambientalisti. Sono problemi seri. Sono piccole/grandi catastrofi. Sono spie della malattia del mondo. Sì: la morte del chiurlottello, come quella di ogni specie, è una piccola morte del mondo. Una morte innaturale, non necessaria.

 

Le organizzazioni agricole sanno bene dei danni ecologici di un certo loro operato. Il mondo del business sa bene dei danni ecologici di un certo suo operato. Le amministrazioni e la politica sanno bene dei danni ecologici di un certo loro operato. Anche noi cittadini sappiamo dei danni del nostro operato. Eppure la risposta, in molti casi, è l’indifferenza. L’incoscienza. Il business as usual. Come non essere frustrati?

 

Se tuttavia c’è una cosa che va evitata è proprio che la frustrazione diventi coscienza infelice, con la filiera devastante che questa attiva sempre: sfiducia, rinuncia, sconfitta, coscienza infelice, sfiducia, rinuncia, sconfitta… Sarebbe un errore logico, di lettura errata delle cose (sottovalutazione della difficoltà che comporta la transizione ecologica, esaltazione dei tratti negativi della realtà rispetto ai tratti positivi, che pure non mancano) e sarebbe un errore psicologico, perché ci faremmo del male. Ci condanneremmo all’infelicità.

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Non è così che eviteremo altre piccole morti del mondo. Non è così che salveremo il calandro o il fratino o il lanario, o ridaremo salute agli ecosistemi degradati. Dobbiamo fare altro, e in molti casi lo stiamo facendo. Dobbiamo farlo meglio e con ancor più determinazione. Dobbiamo chiedere conto dei ritardi non solo italiani della Strategia sulla Biodiversità al 2030. Dobbiamo chiedere che il piano di attuazione della Restoration Law arrivi presto e bene. Dobbiamo chiedere che i piani d’azione siano fatti meglio e non restino nei cassetti. Dobbiamo lavorare a livello di flyways. Dobbiamo agire con più efficacia su amministrazioni pubbliche ed attori economici e sociali. Dobbiamo creare più link significativi tra scienza e società. Dobbiamo insistere sui gruppi politici, che non solo prevedano programmi per la natura ma ne parlino, ne facciano un discorso politico quotidiano, senza timore che qualcuno rida, ironizzi, a sentirne parlare. Il chiurlottello! Che stupidaggine! Stupido, se proprio dobbiamo dirlo, è chi ride delle cose che non capisce.

 

E dobbiamo essere ancora più bravi a spiegare perché l’estinzione del chiurlottello è un fallimento, una piccola morte del mondo, che fa male a tutti. Anzi, invertendo lo schema, a spiegare perché avere il chiurlottello è una felicità. Questo dobbiamo fare.

 

Tra la coscienza infelice di chi non riesce a liberarsi dai dolori schiaccianti del mondo e la totale incoscienza di chi se ne infischia, c’è uno spazio operativo. Lì bisogna operare, con la pazienza, la fatica, la stanchezza richiesta dalle cose lunghe e difficili e con l’entusiasmo che ogni impresa bella e nobile, sebbene lunga e difficile, produce.

 

Coscienza stanca, ma felice per le piccole grandi vite del mondo.

 

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