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prima puntata

Namibia, il mondo delle sabbie

Francesco Tomasinelli Francesco Tomasinelli 27 Dic 2018

Francesco Tomasinelli – naturalista e fotografo, inviato speciale de La Rivista della NATURA – ci porta, attraverso una serie di puntate, alla scoperta del deserto del Namib, il luogo più arido al mondo, dove gli animali sono straordinari esempi di come la vita sia in grado di adattarsi alle condizioni più estreme, dando libera espressione all’ingegno.
Testi e foto di Francesco Tomasinelli

 

C’è una sconfinata distesa di sabbia e roccia che si stende lungo la costa Ovest della Namibia, in Africa Meridionale. Ma questo non è un deserto come gli altri, perché il “Namib”, che occupa la porzione occidentale del Paese, è il più antico deserto al mondo. Qui, per decine di milioni di anni, la vita ha inventato tutti i modi possibili per sopravvivere senza l’acqua e il risultato di questo processo sono piante e animali unici al mondo che splendidamente si sono adattati alla siccità.
Famoso per le sabbie rosse di Sussousvlei, il Namib è in realtà un paesaggio mutevole, fatto di dune colorate, ma anche di graniti e arenarie modellati dal tempo, desolati paesaggi lunari e aride savane punteggiate dalle acacie. Questo territorio, che si sviluppa per più di 1200 chilometri da Nord a Sud, ospita il parco del Namib Naukluft e i vicini Dorob e Skeleton Coast, che assieme vanno a costituire una delle più grandi aree protette di tutto il Continente africano.

Tra le alte dune rosse del Sossusvlei spicca la distesa bianca di argilla di Deadvlei, una conca che un tempo ospitava un boschetto di alberi di acacia. Circa 5 secoli fa, il corso d’acqua che la alimentava ha cambiato percorso e di quel passato rimangono i tronchi morti degli antichi alberi, sentinelle silenziose di un paesaggio surreale.

Forme di vita molto specializzate

Tra le dune costiere del Namib possono cadere meno di 50 millimetri di pioggia all’anno (gran parte dell’Italia è sopra i 1000) e ci sono luoghi dove non si vede cadere una goccia per interi anni. Ma, nonostante le difficoltà, anche qui c’è vita, anche se molto specializzata. Il merito è della singolare interazione tra questa terra arida e caldissima durante l’estate australe e le acque fredde sospinte dalla corrente di Benguela che risale lungo la costa del Sudafrica. L’incontro tra questi due elementi genera nebbie, che, sospinte dai venti dominanti, penetrano per decine di chilometri all’interno del Namib. È un fenomeno frequente, che si verifica per più di 100 giorni all’anno ed è quanto serve per tenere in vita l’intero ecosistema. Tutti gli organismi hanno imparato a sfruttare questa poca acqua, alcuni in modo più ingegnoso di altri, come ad esempio, i coleotteri Onymacris. Durante la notte questi insetti si portano sulla cima di una duna e attendono, con l’addome rivolto verso l’alto, che arrivino le nebbie del mattino. Le goccioline d’acqua si condensano sul corpo dell’insetto e scivolano attraverso apposite scanalature nella sua bocca, in modo che possa bere anche se vive nel luogo più arido del mondo.

Un escursionista si arrampica lungo la cresta di una duna di Sossusvlei, nel Namib meridionale. La tipica colorazione della sabbia è dovuta alla presenza di ferro e alla sua ossidazione.

L’elegante antilope orice, invece, si sposta alla ricerca di tuberi e meloni del deserto e non teme il calore più estremo. In pieno giorno la sua temperatura interna può salire fino a 45°: per controllarla l’orice respira più rapidamente per raffreddare il sangue che proviene dalla mucosa nasale il quale, scorrendo attorno alle arterie, ne abbassa la temperatura. Grazie a queste caratteristiche uniche tra le antilopi, gli orici possono attraversare queste distese sterminate dalle condizioni proibitive. Sospinto dal vento, l’oceano di sabbia del Namib assume tutte le forme possibili. È il prodotto dei continui fenomeni erosivi che hanno interessato questi luoghi; i sedimenti che finivano in mare trasportati da antichi fiumi sono stati continuamente riportati a terra dalle impetuose correnti dell’Oceano Atlantico e poi trasportati all’interno dalle brezze. Nei luoghi in cui la sabbia non copre ogni cosa affiorano paesaggi rocciosi ben più antichi dei dinosauri, costituiti da formazioni di granito ricche di spaccature modellate dall’erosione. Se questi paesaggi di roccia dovessero avere una specie simbolo, questa non potrebbe essere che l’albero faretra (Aloe dichotoma), una pianta dall’aspetto alieno che deve il suo nome comune all’uso che i boscimani facevano dei suoi rami svuotati: un comodo astuccio dove trasportare le frecce. Incredibilmente resistenti alla siccità e al calore, queste piante crescono molto lentamente e fioriscono per un breve periodo (solitamente a maggio), facendosi impollinare dalle nettarine, piccoli uccelli africani simili a colibrì.

Il paesaggio lunare delle formazioni rocciose all’interno del Dorob National park, sempre nel Namib.

La curiosa Welwitschia mirabilis è ancora più specializzata e appare come una gigantesca matassa di foglie verdi che al tatto sembrano essere di plastica. Nonostante l’aspetto sofferto, che la fa sembrare sempre in punto di morte, è una delle piante più longeve al mondo: alcuni esemplari hanno più di duemila anni e possono rimanere per oltre due anni senz’acqua, perennemente esposte al sole del deserto.
In pochi altri luoghi al mondo la lotta per la sopravvivenza in un ambiente ostile è tanto evidente. Ma qui, diversamente da quanto accade altrove, quasi tutto è “alla portata del visitatore”, grazie a una buona rete di strade e luoghi dove soggiornare. Queste piante e questi animali così unici sono localizzati, ma non nascosti in aree inaccessibili e con l’aiuto di una buona guida tutti i luoghi più emblematici possono essere esplorati.

Un albero faretra, Aloe dichotoma, nel Namib meridionale. Questi alberi non superano di solito i 5 metri di altezza, ma hanno bisogno di decine di anni per raggiungere questa taglia.

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