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CONSUMO DI CARNE

Neppure l’allevamento biologico è sostenibile

Neppure l’allevamento biologico è sostenibile

Redazione RN Redazione RN 22 Ago 2019

La domanda di prodotti di origine animale a livello globale non è affatto in diminuzione e non ce n’è a sufficienza per tutti. «Se in Paesi come l’Italia si sta registrando un’inversione di tendenza, nel mondo la crescita della popolazione, il calo dei prezzi derivati dalla produzione industriale e l’arricchimento dei Paesi in via di sviluppo, stanno avendo un effetto dirompente sulla domanda», spiega l’associazione Essere Animali.

Non solo. Il consumo di carne in quantità non sostenibile apre anche altri scenari di riflessione che l’associazione animalista mette in luce così: «Non bisogna farsi ingannare dalle parole. Gli allevamenti biologici sono addirittura “meno sostenibili” di quelli intensivi. Prima di dire che dovremmo basare l’alimentazione degli italiani su animali allevati “come dal contadino”, è necessario riflettere e fare due calcoli, perché sono coinvolti grandi numeri».
I consumatori sono, infatti, portati a credere che scegliere carni biologiche sia necessariamente meglio, tanto per l’ambiente, quanto per la salute degli animali. Ma è davvero così?

 

Per assicurare agli animali lo spazio richiesto dalle norme sull’allevamento biologico, dobbiamo ridurre in modo drastico e immediato il consumo di carne.

Numeri e spazi insostenibili

Non possiamo allevare e mangiare 600 milioni di animali l’anno e, allo stesso tempo, garantire loro adeguati spazi e una vita dignitosa. A dirlo, sono i numeri.
«Per garantire gli standard del biologico negli spazi attualmente utilizzati dagli allevamenti tradizionali, dovremmo allevare circa un 50esimo degli animali che ci sono rinchiusi oggi» precisa l’associazione.
Ed ecco che entra in scena la questione degli spazi: l’allevamento intensivo è la risposta industriale all’aumento di richiesta. Consente, infatti, di allevare più animali in minor spazio e con costi minori.
La Direttiva europea sul biologico, invece, stabilisce quali precisi spazi debbano essere rispettati nella filiera del biologico. Così una scrofa – che in un allevamento intensivo passa la sua vita in 1,5 metri quadrati – secondo lo standard biologico dell’UE ne dovrebbe avere a disposizione circa 1.500.
E un pollo che oggi vive stretto in uno spazio inferiore a un foglio da stampante, dovrebbe avere per sé circa 16 metri quadrati.

«Oggi lo spazio occupato da tutte le galline allevate in gabbia e a terra in Italia è di circa 500 ettari, contro i 213.000 ettari richiesti per questi animali dallo standard bio. E se si considerano anche i polli servirebbero altri 172.000 ettari in più. Applicando lo stesso principio per mucche, polli, galline, pecore e conigli, per dare uno spazio decente a tutti gli animali, saremmo costretti a occupare una superficie di circa 5 milioni di ettari, pari alla superficie di Lombardia e Piemonte messe insieme. Tutto questo senza considerare i terreni già utilizzati oggi per coltivare i mangimi».

Tutto questo significa che la soluzione non si trova neppure nelle lodevoli intenzioni della Direttiva europea sul biologico, ma deve per forza passare su una drastica e immediata riduzione dell’attualmente eccessivo consumo di carne.

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