Per quanto fondamentali per la formazione della cultura e delle tradizioni dell’Occidente, per lunghi secoli gli autori classici vennero ritenuti intoccabili e inattaccabili, pur se le loro opere contenevano, come era normale che fosse, tutte le imprecisioni dovute alle limitate conoscenze scientifiche del periodo in cui erano state scritte.
Così fu per le opere scientifiche di Aristotele, per i trattati di medicina ed erboristeria di Dioscoride e, per quanto riguarda in particolare le scienze naturali, per la Storia Naturale di Plinio il Vecchio. Così, ha un ruolo fondamentale nella storia della Scienza l’opera di alcuni autori audaci – e, a modo loro, rivoluzionari – che per primi ebbero il coraggio di rivedere gli errori di questi lavori.
Una luminosa carriera da medico
Niccolò da Lonigo, detto Leoniceno (1428-1524), che fu professore dell’università di Ferrara per decenni, oggi viene principalmente ricordato per il suo lavoro in campo medico: sono celebrati i suoi trattati sulle malattie veneree e la sua lunga ricerca di una cura per l’epilessia, malattia da cui lui stesso fu afflitto.
Oltre a questa prestigiosa carriera, però, Leoniceno ebbe un altro grande merito: verificare sperimentalmente se quanto descritto sui trattati di erboristeria dei classici corrispondesse alla realtà. Così raccolse, studiò con cura le piante medicinali usate al tempo e verificò sperimentalmente la loro efficacia.
Ai tempi l’interesse per il mondo vegetale era per lo più legato alle applicazioni pratiche (in campo medico e alimentare) delle piante; ciononostante, l’opera di Leoniceno fu fondamentale per porre le basi della scienza che si occupava del loro studio e catalogazione.
La sua piccola rivoluzione ai tempi della scoperta dell’America
Con molto coraggio – e non senza ricevere attacchi – Leoniceno scrisse note critiche sull’opera di Plinio il Vecchio, chiamate Plinii et aliorum doctorum, qui de simplicibus medicaminibus scripserunt, errores notati, nel 1492.
Altri autori non osavano mettere in dubbio l’opera dei classici e scaricavano la responsabilità per eventuali errori esclusivamente sui copisti che avevano trascritto nei secoli i manoscritti originali. Leoniceno però fu molto più deciso e arrivò a criticare i testi originali, indicando nei loro autori l’origine dei tanti errori in essi presenti.
La raccolta e l’osservazione diretta delle piante, lo studio delle loro applicazioni terapeutiche, le accurate descrizioni del medico veneto fecero scuola.
In particolare, il suo allievo tedesco Euricius Cordus (1486-1535) seguì fedelmente il lavoro del maestro: scrisse nel 1534 il breve trattato Botanologicon, in cui veniva descritta una sua escursione nei boschi alla ricerca di piante di vario genere e il successivo confronto con quanto riportato nei testi classici. Le differenze, anche in quel caso, non mancarono.
Dai testi classici all’osservazione diretta delle piante
Da lì in poi la botanica si sviluppò e divenne una scienza in buona parte indipendente dai testi classici. Sempre in Germania, grazie al lavoro di Hieronymus Bock (1498-1554), Leonhart Fuchs (1501-1566), Valerio Cordo (1515-1544) e Otto Brunfels (1488-1534), le piante cominciarono a essere studiate e classificate nel dettaglio.
Le illustrazioni presenti nei libri di botanica cominciarono a essere originali, basate sull’osservazione diretta e non più copiate pedissequamente da testi antichi. Le descrizioni per il riconoscimento delle specie divennero sempre più accurate e complete, e le applicazioni in campo medico ed erboristico sempre più approfondite e verificate.
La sacralità dei testi classici venne finalmente superata, e lo studio dei vegetali divenne una scienza matura e indipendente. E una buona fetta di questo risultato si ottenne grazie al coraggio di uno scienziato italiano che osò sfidare la sacralità dei classici.
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