Uno degli effetti più eclatanti dell’aumento di temperature legate ai cambiamenti climatici, unitamente ai processi di globalizzazione che facilitano l’ingresso e la diffusione di specie aliene, è la sempre maggiore presenza di pappagalli in Italia.
Quasi fossimo ormai divenuti, almeno sotto questo punto di vista, un “neopaese tropicale” sono, infatti, almeno 5 le specie di Psittacidi e altri generi di pappagalli che bellamente prosperano in Italia, ormai perfettamente ambientati e spesso formando colonie anche numerose in grado di riprodursi con successo. Le specie attualmente presenti in maniera stabile in Italia, in almeno 12 regioni e una trentina di città, sono dunque le seguenti:
- Parrocchetto dal collare
- Parrocchetto monaco
- Parrocchetto di Alessandro
- Inseparabile di Fischer
- Amazzone dalla fronte blu
In alcune grandi città, come per esempio Milano o Roma, le colonie (soprattutto delle due specie di parrocchetto) raggiungono ormai le centinaia di esemplari e stanno creando gravi danni ad alcune specie autoctone come i Picidi, in particolare al Picchio rosso maggiore e al Picchio verde, con le quali entrano in competizione soprattutto nell’occupazione delle cavità adatte alla nidificazione.
A loro volta i pappagalli più piccoli sono spesso cacciati da predatori urbani quali gazze, taccole e cornacchie, oltre a gatti, topi e ratti, che ovviamente abbondano negli ambienti urbani. In alcuni casi, come a Genova, tali predazioni hanno almeno in parte limitato l’espansione di questi uccelli, che invece in molti altri casi, come appunto nella capitale, stanno proseguendo il loro costante aumento.
Come sottolinea l’ISPRA, che da anni segue questi fenomeni, i pappagalli sono solo i più vistosi “alieni” di una lunga lista di animali in Italia. Sono, infatti, oltre 3.000 le specie alloctone introdotte in Italia, di cui circa la metà sono animali e con un aumento del 96% negli ultimi 30 anni. Numeri che crescono costantemente insieme all’aumento di commerci, trasporti e turismo in tutte le regioni del globo, oltre appunto alle condizioni climatiche che consentono il facile ambientamento, e spesso anche la riproduzione in natura, di molte di queste specie.
Peraltro la presenza di stormi di pappagalli svolazzanti attorno al castello Visconteo di Pavia, nel parco della Villa Reale di Monza o tra le rovine dell’Appia antica fa sempre una certa impressione, mentre sempre di più si segnalano impatti di queste specie anche sulle coltivazioni. Come è accaduto l’anno scorso a Molfetta, in Puglia, che ha subito l’invasione dei parrocchetti monaci, voraci di frutti dolci, come albicocche e ciliegie ma anche di mandorle, fave e piselli. O come è capitato anche nel Lazio alle porte della capitale dove, secondo una ricerca pubblicata sul Belgian Journal of Zoology, i colorati pennuti hanno divorato e danneggiato il 30% dei mandorleti presenti.
Ecco allora che, al di là dei vari piani contro i cambiamenti climatici più volte annunciati ma nei fatti mai partiti in modo serio e organizzato, forse tra un po’, quando cominceremo magari a vedere in giro anche tucani o colibrì e in attesa di tapiri e koala, qualcuno a Roma comincerà a chiedersi sul serio se non è il caso di cominciare davvero a fare qualcosa per mitigare i cambiamenti climatici anche in Italia. Forse.
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