Negli ultimi giorni abbiamo assistito alle spaventose immagini della California che brucia.
Tremendi incendi hanno già mandato in fumo 12mila ettari di territorio, l’equivalente di circa 22mila campi da calcio.
Gli sfollati sono stati oltre 150 mila, con 16 morti ed almeno 10 mila edifici distrutti, tra abitazioni, uffici e attività commerciali.
Tra gli incendi più significativi, il Palisades Fire ha devastato il quartiere di Pacific Palisades, noto per le sue residenze di lusso, distruggendo oltre 1.000 strutture e costringendo circa 30.000 residenti all’evacuazione.
Un altro incendio rilevante è l’Eaton Fire nella zona di Pasadena, che ha bruciato oltre 4.000 ettari, causando la morte di cinque persone e la distruzione di numerose abitazioni.
Gli incendi hanno colpito anche i quartieri attorno ad Hollywood, distruggendo le case di star del cinema come gli attori Anthony Hopkins e Billy Crystal.
In questo periodo dell’anno dovrebbe essere anomalo assistere a roghi così vasti nel Sud della California, dove la stagione degli incendi termina generalmente a ottobre con la diminuzione delle temperature e l’aumento dell’umidità.
Cerchiamo di capirne le cause
Negli ultimi anni gli incendi in questa regione degli Stati Uniti sembrano moltiplicarsi, estendendosi praticamente a tutte le stagioni.
Secondo la National Fire Protection Association ad innescare i roghi sono di norma soprattutto incendi dolosi, quelli provocati dalle linee elettriche e, in casi molti più rari, dai fulmini.
Fenomeni climatici estremi, forti venti molto asciutti e siccità li alimentano poi fino a raggiungere la devastante portata che abbiamo visto in televisione e sui social.
I venti di Santa Ana (chiamati anche “venti del diavolo”) sono tipici della California meridionale “in cui forti venti caldi e che portano polveri scendono dalle regioni desertiche dell’entroterra verso la costa del Pacifico attorno a Los Angeles”, come spiegato sul sito del Noaa, il servizio meteorologico nazionale americano.
Raffiche che hanno raggiunto punte fino a 130 chilometri orari hanno portato le fiamme a muoversi rapidissime, impendendo al contempo ad elicotteri ed aerei antincendio di volare con efficacia.
Anche la caduta di tralicci elettrici ed alberi hanno favorito l’innesco e la diffusione delle fiamme, in una regione che da mesi non riceve piogge.
Insomma, di nuovo il cambiamento climatico potrebbe aver giocato un ruolo non da poco nel rendere questi focolai più difficili da domare. Ma non solo.

Una delle aree interessate dagli incendi prima che si scatenasse l’evento.
Altre due ragioni importanti
La California è particolarmente soggetta agli incendi per altri due motivi: l’espansione urbana incontrollata, soprattutto nelle cosiddette “wildland”, le aree al confine fra città e boschi ed un’altra causa che può apparire un po’ controintuitiva ma di tipo ecologico, di cui quasi nessuno ne parla: la politica di soppressione totale degli incendi portata avanti per molti anni.
Infatti le colline della California meridionale sono caratterizzate dal cosiddetto chaparral, le tipiche distese di arbusti di specie xerofile sempreverdi e da foreste rade di pini, ovvero da ecosistemi che potremmo definire come pirotecnici per natura, in quanto si sono evoluti e si rigenerano proprio grazie a periodici, piccoli incendi spontanei.
Solo che per molti anni, in pratica per gran parte della seconda metà del XX secolo e quasi sino ad oggi, la California ha adottato una politica di prevenzione e soppressione totale degli incendi.
L’obiettivo era logico: spegnere sul nascere ogni focolaio, per proteggere le comunità ed i manufatti umani. Solo che questa strategia ha avuto, alla lunga, effetti controproducenti: senza i piccoli incendi naturali o controllati, foglie, rami secchi e sottobosco si sono accumulati per decenni, creando un “carburante” perfetto per incendi più violenti. Anche le foreste sono diventate più fitte e la competizione tra piante ha reso gli alberi più vulnerabili alla siccità e alle malattie.
Infine appunto, complice anche la gigantesca bolla immobiliare degli ultimi decenni, molte abitazioni sono state costruite in maniera diffusa nelle Wildland-Urban Interface (WUI), zone di confine tra aree selvagge e città, ovvero aumentando il rischio per le persone e rendendo anche difficile la politica degli incendi controllati.
Ecco dunque che l’aggravarsi della crisi climatica, la solita presunzione ed ingordigia umana di fare quel che si vuole infischiandosene della natura e l’ignoranza di certi meccanismi naturali ha creato il mix incendiario (letteralmente) che ha portato alla situazione attuale.
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