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UN MONDO A PARTE - PRIMA PARTE

Prealpi Giulie, un angolo di Friuli lungo la frontiera con la Slovenia

Prealpi Giulie, un angolo di Friuli lungo la frontiera con la Slovenia
Distesa di driade (Dryas octopentata) presso il giardino botanico a cielo aperto del Bila Pec. © F. Tomasinelli

Francesco Tomasinelli Francesco Tomasinelli 13 Giu 2020

La Val Resia, nel Friuli orientale, è un piccolo mondo a sé, incuneato nelle Prealpi Giulie, al confine con la Slovenia. Lo si raggiunge dal ben più trafficato Canale del Ferro, che insieme alla Valcanale, collega Udine a Tarvisio e dunque all’Austria e alla Slovenia.

Più solitaria, anche perché sbarrata a Est dagli oltre 2 mila metri del Monte Canin, la Val Resia è rimasta isolata per secoli, conservando un patrimonio culturale e linguistico unico, frutto dell’unione di etnie diverse, la friulana e la slava.

A Stolvizza e a Coritis sono ancora visibili le caratteristiche case in pietra con ballatoi di legno, scampate al terribile terremoto del 1976 che ebbe nella vicina Gemona il suo epicentro.

Della solitudine di questi luoghi ha beneficiato anche l’ambiente, che è giunto a noi pressoché integro, tutelato dal Parco Naturale delle Prealpi Giulie, la seconda area protetta regionale per estensione.

Per la verità, del Parco fanno parte due unità geografiche distinte. Le Prealpi Giulie, con il massiccio del Plauris (1958 m), la catena dei Musi (1869 m) e la dorsale del Chila (1420 m) si alzano sulla pianura udinese a partire dalla media valle del Tagliamento, con andamento Est-Ovest. Superata questa prima quinta di monti, s’incontrano le cime più meridionali delle Alpi Giulie, le più alte del Parco: il M.te Canin (2587 m) e il Bila Pec (2146 m).

La Val Resia è al centro di questo scenario, solcata dall’omonimo torrente, tributario del Fella, a sua volta affluente del Tagliamento.

La fioritura tra le rocce del papavero retico. © F. Tomasinelli

Giochi d’acqua

Una zona di mare poco profondo con acque calde e riccamente popolate di pesci e invertebrati: tale era il volto di questi luoghi fino al Giurassico Inferiore, 200 milioni di anni fa. Poi, enormi forze di compressione e ampie variazioni del livello del mare ne cambiarono per sempre l’aspetto. Calcari, gessi, dolomie e marne sono tutti figli di quel carbonato di calcio presente negli antichi fondali marini, come raccontano sulle pareti del Canin i fossili di Megalodon, mollusco bivalve del Triassico di circa 10-15 cm di diametro.

Nei milioni di anni successivi l’erosione ha modellato le cime emerse: le piogge e i fiumi hanno scavato nel profondo delle valli e scolpito pendii scoscesi. Poi l’acqua è penetrata anche nel ventre della montagna, costruendo chilometri di grotte e gallerie e dando vita, nel Monte Canin, a uno dei complessi carsici più grandi del mondo. Infine, i ghiacciai quaternari hanno concluso l’opera, lasciandosi dietro depositi morenici, circhi glaciali, massi erratici.

L’altopiano Foran del Mus, ricco di fenonomeni legati al carsismo. © F. Tomasinelli

Gli abissi sotto il monte

Sotto il massiccio del Canin si articola una delle aree carsiche più importanti d’Europa. A cavallo tra Italia e Slovenia, il monte custodisce oltre mille cavità, alcune delle quali superano i 900 metri di profondità. L’esplorazione da parte degli speleologi è però ancora in corso. Nel versante sloveno della montagna sono stati scoperti abissi ancora più estesi, come il Ceki 2 che con i suoi 1370 metri  è considerato il pozzo carsico più profondo al mondo. Gli ambienti ipogei più importanti del versante italiano sono il complesso del Col delle Erbe (circa 18 Km di sviluppo, 880 m di dislivello, una ventina gli ingressi) e l’altopiano del Foran dal Muss (oltre 15 Km di sviluppo, 1110 m di dislivello e 24 ingressi).

Abisso Foran del Muss. © P. Manca

Qui il ruscellamento delle acque, insieme al ghiaccio, hanno dato vita anche a forme insolite di carsismo superficiale. Tra queste, il “mare pietrificato”, una distesa di solchi carsici che ricordano le onde, ma anche i fori e le fratture di dissoluzione, tipici delle zone pianeggianti, dove lo scioglimento del substrato dà vita a cavità di diverse dimensioni.

Alcune sono semplici fratture nella roccia di pochi centimetri di diametro, mentre altre si estendono a dismisura collegando pozzi più piccoli fra loro, e dando vita, nel corso di molte migliaia di anni, agli abissi già citati.

L’effetto “mare pietrificato” sulle rocce calcaree sull’altopiano del Muss. © F. Tomasinelli

Ma il fenomeno carsico riguarda anche altre zone del Parco, come la catena dei Monti Musi, oltre 200 cavità con andamento verticale profonde fino a 500 metri, e la Val Resia dove in prossimità  del Fontanon del Barman si aprono cavità ad andamento orizzontale. Per le difficoltà tecniche, la visita della maggior parte delle cavità del Parco è riservata a speleologi esperti. I semplici escursionisti possono visitare la Grotta Nuova di Villanova (7 km, per quasi 300 metri di dislivello), poco fuori dal Parco, ma ugualmente interessante.

Aria di mare

La presenza di rilievi così imponenti che emergono improvvisi dalla pianura favorisce un clima particolare. Le masse di aria caldo-umida provenienti dal vicino Adriatico, scontratesi con la Catena del Musi, danno luogo alle maggiori precipitazioni di tutto l’arco alpino e a un numero elevato di rii.

La catena del Musi da Prato di Resia. © F. Tomasinelli

A seconda che i versanti siano esposti a Sud o a Nord, queste montagne custodiscono ambienti piuttosto diversi. Sui versanti più assolati si sviluppano macchie di carpino nero (Ostrya carpinifolia), roverella (Quercus pubescens) e orniello (Fraxinus ornus) che, alle quote più alte e nei versanti più riparati, vengono sostituite da estese foreste di faggio (Fagus sylvatica), le formazioni forestali più importanti del Parco. Nelle zone a più spiccato carattere continentale compare invece l’abete rosso (Picea abies), a volte associato all’abete bianco (Abies alba) e al faggio in suggestivi boschi misti. Salendo di quota il paesaggio diventa più spoglio: sopra i 1500 metri nelle praterie di alta quota si incontra solo il pino mugo (Pinus mugo), a volte associato al larice (Larix decidua). Più in alto ancora, dove i ghiaioni e i grandi massi scolpiti dai ghiacci quaternari lasciano spazio a piccoli fazzoletti verdi, si trova uno dei tesori di queste montagne: la variopinta flora alpina.

Un corridoio tra Alpi e Balcani

La vicinanza con la selvaggia Slovenia e con il Parco Nazionale del Triglav ha favorito l’ingresso di numerose specie animali che per muoversi sfruttano un corridoio naturale, quello della valle del torrente Uccea, sotto la dorsale del Chila. Animali come l’orso e la lince, avvistati a più riprese nel parco, sono passati per di qua. Queste sono però solo due delle 50 specie di mammiferi presenti nell’area protetta.

Il camoscio è uno degli ungulati presenti nel Parco.

Tra gli ungulati sono presenti camosci (Rupicapra rupicapra), caprioli (Capreolus capreolus), cervi (Cervus elaphus) e stambecchi (Capra ibex). Quest’ultimi, reintrodotti con esemplari provenienti dal Parco Nazionale Gran Paradiso, formano sul Plauris una popolazione di 150 capi. Presenti anche numerose marmotte (Marmota marmota), anch’esse reintrodotte negli anni Settanta, nonché l’ermellino (Mustela erminea) e la lepre variabile (Lepus timidus). Quest’ultimi sono da considerarsi relitti dell’era glaciale che sulle vette più alte trovarono rifugio al ritiro dei ghiacciai.

Il grifone, tra i rapaci presenti.

Nutrita anche la rappresentanza delle specie di uccelli, 150. Le vette del Plauris e del Canin sono regolarmente sorvolate dall’aquila reale (Aquila chrysaetos) e dal grifone (Gyps fulvus), ricomparso di recente. Oltre a questi si contano molti altri rapaci, quali gufo reale (Bubo bubo), falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), astore (Accipiter gentilis) e civetta capogrosso (Aegolius funereus). Da segnalare anche la presenza di diversi galliformi, come gallo forcello (Tetrao tetrix), gallo cedrone (Tetrao urogallus), francolino di monte (Bonasa bonasia) e pernice bianca (Lagopus mutus), anche quest’ultima giunta su questi monti in epoche glaciali. Buona la diffusione del re di quaglie (Crex crex), specie minacciata a livello internazionale. Costituisce invece un elemento mediterraneo la presenza della coturnice delle Alpi (Alectoris graeca sub. saxatilis), simbolo del Parco.

Ricca di influenze balcaniche è la fauna minore. Uno degli ospiti più illustri del Parco è senz’altro la vipera dal corno (Vipera ammodytes), il serpente velenoso più grande della Penisola. Nel nostro paese lo si trova solo nella porzione nord-orientale, soprattutto nel carso triestino.

La Vipera dal corno. © F. Tomasinelli

Nelle pietraie alle quote più basse vive la piccola lucertola di Horvat (Archaeolacerta horvathi), mentre nelle praterie in quota si rinviene la lucertola vivipara (Zootoca vivipara). Le pozze d’alpeggio e i torrenti freschi e ossigenati ospitano la rana temporaria (Rana temporaria), l’ululone dal ventre giallo (Bombina variegata), la salamandra pezzata (Salamandra salamandra), il tritone alpino (Triturus alpestris) e un numero ridotto di salamandre nere (Salamandra atra).

Anche tra gli invertebrati vi sono diverse specie protette come la grande farfalla apollo (Parnassius apollo), tipica dei pascoli alpini. Nelle faggete, in piena estate si incontrano la Rosalia alpina, un coleottero grigio turchese, e il grande Carabide Procerus gigas, mentre nelle acque del Resia nuotano gamberi di fiume (Austropotamobius pallipes), trote (Salmo trutta) e scazzone (Cottus gobio), oltre a un numero assai elevato di piccoli invertebrati, indicatori della buona salute di quest’ambiente.

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