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Ambiente
CRISI IDRICA

Produrre più acqua grazie alla dissalazione dell’acqua di mare

Quali sono le reali opportunità di questa soluzione per la fornitura di acqua dolce?

Produrre più acqua grazie alla dissalazione dell’acqua di mare
L'impianto di desalinizzazione di Ras Al Khaimah, negli Emirati Arabi Uniti. © Octal/CC BY 2.0

Redazione Redazione 13 Lug 2022

L’Italia si trova in questi giorni ad affrontare una grave siccità che sta mettendo in ginocchio l’agricoltura. Il governo centrale e le amministrazioni locali puntano tutto su misure di water saving e di efficientamento delle infrastrutture idriche che, in Italia, sono piene di criticità.

Eppure, esiste una soluzione tecnologicamente consolidata e adottata in molto Paesi in zone desertiche, da Israele agli Emirati Arabi: si tratta di “produrre” acqua attraverso la dissalazione, un processo che rende potabile l’acqua di mare.

Un paper di Althesys e Acciona, dal titolo “La desalinizzazione, una risposta alla crisi idrica”, fa il punto sulle reali opportunità di questo tipo di soluzione.

«La dissalazione – spiega l’economista Alessandro Marangoni – costituisce oggi una risposta reale e attuabile in tempi brevi all’emergenza idrica: si tratta di una tecnologia industrialmente matura, economicamente competitiva e sostenibile grazie alla ricerca e alla complementarità con le energie rinnovabili. Nonostante le ragioni economiche e ambientali che la sostengono, questa soluzione viene invece frenata da un quadro normativo e socio-politico sfavorevole. Per svilupparla è pertanto necessaria una maggior attenzione da parte delle istituzioni e degli enti locali sul fronte infrastrutturale e un quadro normativo adeguato».

dissalazione

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Le opportunità e i costi – economici e ambientali – della dissalazione

Il potenziale della dissalazione in Italia è molto grande. L’Italia presenta caratteristiche favorevoli allo sviluppo della dissalazione: sono molte le aree soggette a scarsità cronica di acqua ed è presente una linea costiera tra le più ampie al mondo: eppure la dissalazione in Italia conta oggi solo lo 0,1% dei prelievi idrici complessivi.

Il costo dell’acqua ottenuta da dissalazione è in diminuzione. Grazie, infatti, al perfezionamento dei processi e allo sviluppo dei materiali se nel 2019 i costi erano scesi sotto i 3 dollari (tra investimento, gestione ed energia elettrica), il 2020 ha registrato un nuovo minimo storico, con il prezzo che si è attestato a 1,5 dollari al metro cubo.

Tra gli aspetti negativi, che ne frenano lo sviluppo in Italia, uno è senz’altro il fatto che la dissalazione è comunque un processo altamente energivoro. Anche se l’osmosi inversa – la tecnologia di dissalazione che si è andata affermando nel corso degli anni Novanta – dimezza i consumi di energia, i vecchi impianti a distillazione termica ancora oggi sono la fonte dell’80% dell’acqua dissalata nel mondo.

Si tratta di un grosso miglioramento, ma è ancora dieci volte il consumo energetico delle risorse idriche tradizionali.

Poi non si può ignorare una problematica ambientale: per ogni litro di acqua desalinizzata si genera un residuo di 1,5 litri di salamoia a concentrazione variabile, in funzione della salinità dell’acqua di partenza.

Questa melma ipersalina risultante dalla dissalazione è ricca di anti-incrostanti, metalli e cloruri vari e va gestita alla stregua di altre scorie industriali pericolose, destinandola a processi di smaltimento speciali.

Quello che è assolutamente da evitare è che la salamoia finisca direttamente negli oceani, alterando i delicati ecosistemi costieri e la loro salinità.

 

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