L’Italia si trova in questi giorni ad affrontare una grave siccità che sta mettendo in ginocchio l’agricoltura. Il governo centrale e le amministrazioni locali puntano tutto su misure di water saving e di efficientamento delle infrastrutture idriche che, in Italia, sono piene di criticità.
Eppure, esiste una soluzione tecnologicamente consolidata e adottata in molto Paesi in zone desertiche, da Israele agli Emirati Arabi: si tratta di “produrre” acqua attraverso la dissalazione, un processo che rende potabile l’acqua di mare.
Un paper di Althesys e Acciona, dal titolo “La desalinizzazione, una risposta alla crisi idrica”, fa il punto sulle reali opportunità di questo tipo di soluzione.
«La dissalazione – spiega l’economista Alessandro Marangoni – costituisce oggi una risposta reale e attuabile in tempi brevi all’emergenza idrica: si tratta di una tecnologia industrialmente matura, economicamente competitiva e sostenibile grazie alla ricerca e alla complementarità con le energie rinnovabili. Nonostante le ragioni economiche e ambientali che la sostengono, questa soluzione viene invece frenata da un quadro normativo e socio-politico sfavorevole. Per svilupparla è pertanto necessaria una maggior attenzione da parte delle istituzioni e degli enti locali sul fronte infrastrutturale e un quadro normativo adeguato».
Le opportunità e i costi – economici e ambientali – della dissalazione
Il potenziale della dissalazione in Italia è molto grande. L’Italia presenta caratteristiche favorevoli allo sviluppo della dissalazione: sono molte le aree soggette a scarsità cronica di acqua ed è presente una linea costiera tra le più ampie al mondo: eppure la dissalazione in Italia conta oggi solo lo 0,1% dei prelievi idrici complessivi.
Il costo dell’acqua ottenuta da dissalazione è in diminuzione. Grazie, infatti, al perfezionamento dei processi e allo sviluppo dei materiali se nel 2019 i costi erano scesi sotto i 3 dollari (tra investimento, gestione ed energia elettrica), il 2020 ha registrato un nuovo minimo storico, con il prezzo che si è attestato a 1,5 dollari al metro cubo.
Tra gli aspetti negativi, che ne frenano lo sviluppo in Italia, uno è senz’altro il fatto che la dissalazione è comunque un processo altamente energivoro. Anche se l’osmosi inversa – la tecnologia di dissalazione che si è andata affermando nel corso degli anni Novanta – dimezza i consumi di energia, i vecchi impianti a distillazione termica ancora oggi sono la fonte dell’80% dell’acqua dissalata nel mondo.
Si tratta di un grosso miglioramento, ma è ancora dieci volte il consumo energetico delle risorse idriche tradizionali.
Poi non si può ignorare una problematica ambientale: per ogni litro di acqua desalinizzata si genera un residuo di 1,5 litri di salamoia a concentrazione variabile, in funzione della salinità dell’acqua di partenza.
Questa melma ipersalina risultante dalla dissalazione è ricca di anti-incrostanti, metalli e cloruri vari e va gestita alla stregua di altre scorie industriali pericolose, destinandola a processi di smaltimento speciali.
Quello che è assolutamente da evitare è che la salamoia finisca direttamente negli oceani, alterando i delicati ecosistemi costieri e la loro salinità.
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