Piccoli, silenziosi e notturni, i ricci europei convivono con l’uomo da millenni. Eppure oggi questa specie antichissima, presente sul pianeta da oltre 15 milioni di anni, sta attraversando una crisi senza precedenti.
I dati emersi da una recente collaborazione tra l’Università di Torino, il Centro Animali Non Convenzionali e il Centro Recupero Ricci “La Ninna” dipingono un quadro allarmante: quasi il 90% dei ricci muore per cause infettive e traumatiche, in larga parte legate all’impatto umano sull’ambiente.
Il riccio europeo (Erinaceus europaeus), mammifero insettivoro diffuso in gran parte dell’Europa centro-occidentale, negli ultimi decenni ha progressivamente abbandonato boschi e campagne per avvicinarsi agli ambienti urbani.
Le città offrono rifugi e cibo, ma nascondono anche pericoli letali: traffico stradale, decespugliatori, giardini sempre più “puliti” e frammentazione dell’habitat.
Non a caso, l’IUCN ha inserito il riccio nella Lista Rossa delle specie a rischio.
Il generale degrado degli ecosistemi
Negli ultimi quattro anni, due importanti studi accademici – una tesi di dottorato e una di laurea – hanno analizzato complessivamente quasi 400 ricci deceduti presso il Centro Recupero “La Ninna”.
I risultati sono impressionanti. Le malattie infettive rappresentano la prima causa di morte, seguite dai traumi di origine antropica. In particolare, infezioni polmonari e intestinali colpiscono la grande maggioranza degli animali esaminati, spesso in associazione a parassiti polmonari: oltre l’80% dei ricci analizzati ne risultava infestato.
Questi parassiti, da soli o insieme a batteri opportunisti presenti nell’ambiente, sembrano giocare un ruolo chiave nella mortalità.
Batteri normalmente poco patogeni diventano aggressivi in animali debilitati, talvolta mostrando anche resistenze agli antibiotici. Un segnale inquietante, che rimanda all’uso indiscriminato di farmaci, pesticidi e disinfettanti e al generale degrado degli ecosistemi.
Estati sempre più calde e inverni miti riducono la disponibilità di insetti, principale fonte di nutrimento dei ricci, costringendoli a cibarsi di lumache e chiocciole, ospiti intermedi di parassiti potenzialmente letali.
Le alterazioni climatiche influenzano anche il ciclo riproduttivo: oggi si osservano seconde nidiate autunnali, ma la sopravvivenza dei cuccioli è bassissima, fino al 90% di mortalità.
- Massimo Vacchetta, fondatore del Centro Recupero Ricci “La Ninna”. © Ivana Sunjic
- Massimo Vacchetta, fondatore del Centro Recupero Ricci “La Ninna”. © Ivana Sunjic
Il Centro “La Ninna”
Secondo Massimo Vacchetta, fondatore del Centro Recupero Ricci “La Ninna”, i ricci sono veri e propri “animali sentinella”: vivono a stretto contatto con il suolo, si nutrono di organismi che accumulano contaminanti e frequentano sia ambienti agricoli sia urbani. La loro sofferenza riflette lo stato di salute degli ecosistemi che sostengono anche la nostra vita.
Il declino dei ricci non è quindi una storia isolata, ma un campanello d’allarme. Cementificazione, agricoltura intensiva, uso massiccio di pesticidi e cambiamento climatico stanno alterando in profondità l’equilibrio naturale. Se una specie così adattabile e diffusa rischia di scomparire in pochi decenni, il messaggio è chiaro: proteggere i ricci significa proteggere l’ambiente e, in ultima analisi, noi stessi.
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