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Risolto il mistero dell’andromeda cassiopea

Risolto il mistero dell’andromeda cassiopea
Medusa cassiopea (Cassiopea andromeda). © Mr. James Kelley/shutterstock.com

Angelo Mojetta Angelo Mojetta 3 Nov 2021

Prima o poi capita, a chi per lavoro o per passione si occupa di natura, di osservare un fenomeno a prima vista inspiegabile. Qualcuno, disponendo di tempo e mezzi, può impegnarsi a risolvere il mistero, altri, come è successo a me, devono aspettare che qualcuno scopra l’arcano. Ma procediamo con ordine.
Lo spunto per questo pezzo ha lontane origini e risale agli anni Novanta del secolo scorso quando fui invitato in Mar Rosso per girare un documentario sulle mangrovie. Durante le riprese, mentre cercavo soggetti adatti, mi trovai in un angolo del mangrovieto davanti a un prato fiorito di meduse cassiopee (Cassiopea andromeda).

Si tratta di quelle meduse tropicali, ma ormai presenti anche in Mediterraneo, che di solito non si vedono fluttuare nella colonna d’acqua, ma si osservano rovesciate con l’ombrella appoggiata al fondo e i variopinti tentacoli rivolti verso l’alto. Come molti sanno il motivo di questa strana postura si deve al fatto che questa medusa ricava, come le madrepore, molto del suo fabbisogno energetico dall’attività delle alghe simbionti che si trovano nei tessuti dei tentacoli. Trattandosi di alghe, queste hanno bisogno di luce per la fotosintesi ed ecco spiegato il motivo della posizione rovesciata assunta da questi animali.
Mentre le osservavo fui colpito dal rapido passaggio di un granchio che usciva da sotto un ombrello per rifugiarsi sotto un altro. Curioso, mi avvicinai per vedere di chi si trattasse e cominciai a sollevare delicatamente le ombrelle delle meduse. Sposta una, sposta l’altra poco dopo cominciai a provare una crescente sensazione di disagio che si trasformò rapidamente in un bruciore intenso, come se fossi punto contemporaneamente da decine di spilli roventi. Inutile dire che fui costretto a battere velocemente in ritirata portando con me il mistero di cosa fosse successo e una storia che da allora ogni tanto mi capita di raccontare nel corso di qualche lezione sui tropici.

L’origine misteriosa delle cellule urticanti

Di recente, però, mi sono imbattuto in una pubblicazione che ha placato la mia curiosità risolvendo il mistero di quel fenomeno. Come avevo ipotizzato, le meduse cassiopee che abitano nei mangrovieti sono in grado di rilasciare nell’acqua elementi urticanti collegati al muco di cui sono ricoperte. Un’analisi più approfondita in laboratorio ha permesso agli studiosi autori della ricerca di scoprire, oltre a molto altro, che l’effetto urticante del muco dipende dal fatto che esso contiene numerose cellule mobili microscopiche (100-500 micron) di forma irregolare (chiamate cassiosomi) rivestite di nematocisti, le classiche cellule urticanti di tutti gli cnidari.

Le nematocisti trasformano così i cassiosomi in potenti armi chimiche a base di composti tossici bioattivi capaci di uccidere all’istante eventuali piccoli crostacei planctonici con cui vengono a contatto. Forse queste meduse non pietrificano come quella mitica di tanti secoli fa, ma anche dalle cassiopee moderne è meglio tenersi alla larga.

 

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