Nei nostri giorni, più che mai, spesso può sentirsi l’esigenza di allontanarsi da questa umanità che ha dimenticato la propria natura, il proprio posto e il proprio destino: guerre, ingiustizie, soprusi, violenza, depravazione, distruzione della Natura.
Tutto questo potrebbe giustificare un certo distacco ricercato da questa società malata e non si potrebbe di certo obbiettare qualcosa. Si è tutti stanchi di ripetere sempre le stesse cose, di sentire sempre la stessa retorica green delle multinazionali, la stessa falsità di promesse di pace di uomini politici che, intorno ad un tavolo, vogliono solo più potere.
Tuttavia occorre persistere, ricordare spesso a noi stessi e ad altri che la Vita è altro da tutto ciò; che è possibile ogni giorno riprendere la rotta giusta e per iniziare a farlo non è possibile attendere vanamente una qualche disposizione legislativa che scenda dall’alto, ma è necessario cambiare la nostra disposizione d’animo e di conseguenza lo stile di vita.
Il primo passo perciò è molto raccolto, intimo, bisognerebbe ritirarsi in un angolo profondo e trovare se stessi, al di là dell’ingombrante ego: dentro ciascuno di noi c’è un luogo in cui vive il nostro vero io, qualcuno lo tiene nascosto, altri lo incarcerano, altri ancora lo insultano e torturano, mentre qualcuno si sforza di proteggerlo, scoprirlo, accettarlo e viverlo pienamente.
È fuori discussione che in questi frangenti, cercando un proprio angolo appartato, sia necessario un certo distacco dalla società, dal chiasso, dal disordine frenetico e dalla fretta. Diventa perciò inevitabile trovare un proprio punto di appostamento da cui scrutare il mondo, anche per cambiare punto di vista: dalla cima di una montagna i problemi quotidiani sembrano sempre più piccoli.
Ci viene in soccorso una poesia di Robert Frost, il quale si trova, in questi versi, a godere di una posizione ottimale che gli potrebbe garantire un certo equilibrio.
L’osservatorio
Se stanco d’alberi di nuovo cerco gli uomini,
bene io so dove affrettarmi – nell’alba,
a un pendio dove pascola la mandria.
Là in mezzo a pigri ginepri adagiato,
non visto io vedo nitide nel bianco
lontano le case di uomini e, più ancora
lontano, le tombe di uomini su un’opposta collina,
vivi o morti, ma tutti da ricordare.
E se per mezzogiorno anche mi stanco
di loro, non ho che da voltarmi sul fianco
e l’assolata collina mi illumina il viso,
il mio respiro è una brezza al fiordaliso che trema,
odoro la terra, la piantina ferita,
guardo dentro il cratere della formica.
Il poeta si trova in mezzo alla Natura, isolato dalla società e di solito una situazione del genere non può che apportare dei benefici al nostro spirito e al nostro corpo; tuttavia egli scrive che può accadere di cercare di nuovo un contatto con gli uomini ed è curioso che non si affretti in un paesino o temporaneamente in una città.
Infatti, si reca su un pendio sdraiato in mezzo a pigri ginepri, quasi nascosto poiché specifica che è non visto: da qui può scrutare la comunità umana affaccendata nella sua quotidianità, che compare lontana però, come a dire che ormai la sua esperienza nella Natura ormai lo ha reso come immune da quel tipo di società. Ma non vede solo l’attività umana, ancora più lontano vede le tombe su un’opposta collina: un modo per dire che la morte è comunque una costante della vita sulla Terra, che ci si accorga o meno. Sicuramente prendere le distanze e cambiare punto di vista aiuterebbe molto a ridimensionare un po’ l’arroganza umana, poiché essere consapevoli della morte ci porterebbe tutti immediatamente ad un profondo concetto di solidarietà e rispetto reciproco, dato che nessuno può di certo scampare a quel passaggio, sia il ricco sia il “potente”, siamo tutti sullo stesso livello umano.
Ma anche la morte non è una presenza ingombrante o minacciosa, ma solo una presenza, tanto che vivi o morti, tutti gli uomini sono da ricordare; questo passaggio di Frost potrebbe suggerire che qualunque viaggio o esperienza si stia vivendo, è comunque essenziale ricordarsi delle proprie origini o, meglio, delle proprie radici.
Questa opportunità ce la offre la Natura, tanto che il poeta confessa che se poi dovesse di nuovo stancarsi degli uomini, sarà sufficiente voltarsi e dedicare la propria attenzione alla Natura stessa, nella quale è sempre rimasto immerso: una volta che un essere umano vive un profondo cambiamento, poi non sarà più come prima.
Nell’ultima strofa avviene quasi una fusione con l’ambiente che lo circonda: il suo respiro diventa una brezza per il fiordaliso, l’assolata collina gli illumina il viso e si perde via a guardare fiori e buche di formiche. Tutti elementi che la fretta della società umana non permette di vedere né tanto meno apprezzare, eppure è da quella semplicità che sorge armonia e pace interiore.
Infine, risulta interessante riflettere sul titolo: L’osservatorio. Forse il messaggio potrebbe anche essere semplicemente un concetto dietro al titolo stesso, un invito a cercare un punto da cui osservare noi stessi e l’umanità, fare un po’ il punto della situazione personale e globale (non c’è bisogno per forza di un notiziario per fare ciò) e accorgersi della necessità di fermarsi, guardarsi intorno, ricordare i nostri vivi e i nostri morti, raccogliere testimonianze, idee, coltivare valori, in quello che risulta essere l’unico contesto possibile per poter restare collegati con il nostro vero io e con l’Universo, la Natura.
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com




