Il Mediterraneo è sempre più caldo e spinge diverse specie autoctone verso l’estinzione, trasformandosi in un ambiente sempre più tropicale. Tra quelle che rischiano letteralmente di sparire vi è Pinna nobilis, il mollusco bivalve più grande del Mare Nostrum, con una conchiglia che può superare il metro di altezza.
In passato era comune trovarne anche decine di esemplari in un fazzoletto di fondale ma, a partire dal 2016, un’epidemia ha determinato una mortalità senza precedenti della specie, con un tracollo di oltre il 95% delle popolazioni e l’inserimento nella lista rossa IUCN in “pericolo critico”.

Una Pinna nobilis visitata da alcune donzelle, pesci variopinti dei fondali mediterranei che si nutrono anche degli organismi che ricoprono la conchiglia del mollusco. © M. Colombo/Triton
La progressiva tropicalizzazione del Mediterraneo sta anche mettendo in pericolo la grande biodiversità di quello che è sempre stato considerato un hotspot, la casa di tante specie uniche e introvabili in altre regioni del mondo.
Le specie “aliene”, molte delle quali provengono dal Mar Rosso e dall’Oceano Indiano attraverso il Canale di Suez, stanno rapidamente occupando le nicchie ecologiche di quelle indigene. Negli ultimi anni anche sulle coste italiane sono cominciati gli avvistamenti di specie esotiche come il pesce scorpione, il pesce palla maculato e il pesce coniglio.
A fare le spese del nuovo ecosistema che si sta delineando c’è anche Pinna nobilis, conosciuta anche come “nacchera di mare”.

Le Pinna nobilis sono alte anche un metro dal fondale e, quando sono presenti, vengono avvistate facilmente da chi si immerge. © M. Colombo/Triton
Un progetto europeo cerca di salvare il mollusco bivalve
Pinna nobili svolge un importante ruolo ecologico, perché cresce nelle praterie di Posidonia oceanica, dando vita a uno degli ecosistemi più complessi e preziosi del Mediterraneo; offre sostegno e rifugio a tante altre specie di invertebrati; filtra fino a 3.000 litri d’acqua al giorno e aiuta a contrastare l’erosione dei fondali.

Alimentazione di individui di Atrina fragilis, una specie affine a Pinna nobilis, con colture di microalghe nel laboratorio CNR-IBF di Camogli dell’Università di Genova. © Francesco Tomasinelli/Triton
Per tentare di salvare la specie, alla fine del 2021 è stato avviato il progetto europeo LIFE PINNA che si svolge in quattro Regioni italiane e una slovena ed è guidato da Arpal, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente Ligure, avvalendosi di un partenariato di importanti enti pubblici e privati come l’Università di Genova, l’Università di Sassari, il Parco Nazionale dell’Asinara, la società Shoreline, l’Istituto Nazionale di Biologia della Slovenia e Triton Research.
I ricercatori hanno cominciato a trasferire alcuni giovani individui in specifiche aree pilota, dal Mar Ligure all’Alto Adriatico, per il ripopolamento della specie. In particolare, negli ultimi mesi, dopo accurate analisi genetiche che hanno escluso la presenza di microrganismi patogeni, alcuni esemplari di Pinna nobilis sono stati trapiantati dalla Laguna Veneta all’Area Marina Protetta di Capo Mortola, al confine tra Italia e Francia, e vengono costantemente monitorati.

Dopo l’epidemia che ha colpito le popolazioni di Pinna nobilis, grandi concentrazioni di molluschi, come in questa foto, sono sempre più rare. © M. Colombo/Triton
Nel laboratorio di Camogli, inoltre, i biologi stanno anche tentando la strada, mai realizzata prima per questa specie, della riproduzione in cattività che consentirebbe di allevare i molluschi prima di reintrodurli in natura. Per ora hanno ottenuto un primo grande successo, la fecondazione, portando le larve a uno sviluppo mai raggiunto in precedenza.
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com




