Si pensava che il Mar Mediterraneo ne fosse del tutto privo. Al contrario, le tracce di questo cetaceo “fantasma” sono emerse grazie al prelievo e allo studio di campioni idrici. Parliamo del cogia di De Blainville o “capodoglio pigmeo” (Kogia breviceps), la cui esistenza nelle nostre acque non è stata rivelata da osservazioni visive o telecamere, ma da una tecnica di “investigazione molecolare” all’avanguardia: il DNA ambientale (eDNA). Questo metodo ha permesso ai ricercatori di intercettare l’impronta genetica di questo schivo abitante dei mari. La scoperta è stata documentata sulla rivista Mammal Review dal team guidato da Elena Valsecchi, ecologa molecolare dell’Università di Milano-Bicocca e coordinatrice scientifica della sezione molecolare del progetto europeo (“Seeing through the “clouds” with molecular “eyes”. First eDNA-based detections of pygmy sperm whale (Kogia breviceps) in the Mediterranean Sea”. dx.doi.org).
Lo studio si colloca all’interno del progetto LIFE-CONCEPTU MARIS, guidato da ISPRA e giunto a conclusione, che ha monitorato cetacei e tartarughe mediterranee sfruttando i traghetti di linea come basi per il campionamento. Tra l’enorme mole di dati ottenuti, spicca proprio il ritrovamento dei segnali genetici di questo ospite rimasto finora nell’ombra.
Ritratto di un cetaceo invisibile
Il genere cogia include due varietà: il kogia di De Blainville e quello di Owen (Kogia sima). Si tratta di animali estremamente riservati, legati agli abissi e tra i mammiferi marini meno studiati al mondo. Il cogia di De Blainville, lungo dai 3 ai 3,5 metri, predilige acque calde e si ciba di calamari grazie a un sofisticato biosonar. Poiché vive lontano dalle coste e si mostra raramente in superficie, sfugge quasi sempre all’occhio umano. Ma come sono riusciti gli scienziati a scovarlo?
A caccia di tracce molecolari
Il DNA ambientale rappresenta l’eredità genetica che ogni creatura rilascia nell’ambiente (pelle, secrezioni o escrezioni). Oggi i biologi possono isolare questi frammenti per capire quali specie abbiano attraversato una determinata area. Il processo si è articolato in tre fasi:
- Campionamento: sono stati raccolti 12 litri d’acqua in 393 diversi punti del Mediterraneo centro-occidentale tramite traghetti commerciali.
- Filtrazione: l’acqua è stata filtrata a bordo per isolare il materiale biologico sospeso.
- Analisi: in laboratorio è stato estratto il DNA e, tramite sequenziamento avanzato, i dati sono stati confrontati con database globali per identificare la specie di appartenenza.
I risultati della ricerca
L’analisi è stata netta: il DNA del cogia di De Blainville è apparso in 10 campioni, riconducibili ad almeno 5 distinti passaggi in una zona vastissima, dal Tirreno fino a Gibilterra. L’affidabilità del dato è altissima, con una divergenza minima (0-1.5%) rispetto alle sequenze note della specie.
«Un dato interessante emerso dall’analisi – osserva Elena Valsecchi – è che i rilevamenti di DNA erano significativamente più frequenti durante i campionamenti effettuati di notte. Le ragioni non sono ancora chiare, ma ipotizziamo che i cogia di De Blainville possano essere più attivi in superficie durante la notte o che, nel buio, incontrino più spesso predatori, attivando così il loro eccezionale meccanismo di difesa ricco di DNA».
Il paradosso della difesa
Sebbene sia un animale rarissimo, il suo DNA è stato trovato più facilmente di quello di specie avvistate più spesso. Il motivo risiede nella sua difesa: se minacciato, il cogia espelle fino a 11 litri di un liquido rossastro da una “sacca d’inchiostro”, creando una nube per disorientare i predatori (come orche o squali). Questa sostanza è satura di materiale genetico: ciò che lo nasconde alla vista dei predatori lo espone drasticamente agli strumenti molecolari.
Realtà contro apparenza
Nelle aree dei ritrovamenti, gli osservatori sui traghetti avevano segnalato molti “piccoli cetacei non identificati”. È probabile che fossero proprio dei cogia, ma la mancanza della specie nelle liste di riferimento per il Mediterraneo ne ha impedito il riconoscimento ufficiale. Il DNA ha dunque svelato una verità che l’occhio umano non riusciva a codificare.
Residente o visitatore?
La distribuzione dei dati suggerisce che non si tratti di individui erratici dall’Atlantico, ma di una popolazione stabile. Un’ipotesi affascinante vede questi animali come un “relitto” isolato da tempo, dato che presentano un profilo genetico unico, differente dagli esemplari atlantici vicini a Gibilterra.
Una nuova priorità di tutela
Questa scoperta ha un valore pratico immediato: supporta la richiesta di inserire il cogia di De Blainville nelle liste di protezione internazionale, come l’accordo ACCOBAMS.
In conclusione, questa vicenda dimostra il potere delle nuove tecnologie. «Il DNA ambientale ci ha permesso di “vedere” una specie che era sempre rimasta nascosta – afferma Elena Valsecchi – dimostrando che c’è ancora tantissimo da scoprire anche nei mari che pensavamo di conoscere a fondo. Questo studio non solo aggiunge un nuovo, affascinante mammifero marino alla lista della fauna mediterranea, ma sottolinea anche il potere di questi strumenti per svelare la biodiversità nascosta dei nostri mari».
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