Nella prima parte di quest’articolo abbiamo descritto cos’è un terremoto, ovvero come è fatta e come nasce la sorgente di un terremoto e qual è “fisicamente” il meccanismo che produce le scosse sismiche. In questa seconda parte parleremo di come i terremoti si distribuiscono nel tempo e nello spazio (la loro frequenza o ripetitività) e del perché variano in questo e altre caratteristiche da regione a regione, facendo riferimento in particolare alla sismicità del nostro Paese.
Ogni quanto può avvenire un terremoto?
Per attivarsi nuovamente dopo un sisma la faglia deve “ricaricarsi”, ovvero incamerare altra energia dalle forze tettoniche in atto. Conoscendo le dimensioni e altre caratteristiche della faglia è possibile fare delle stime (purtroppo mai abbastanza precise) di quanta energia necessita una faglia per riattivarsi e del tempo che ci vorrà. Una faglia grande (estesa più di 40-50 km) è in grado di generare terremoti forti (magnitudo superiore a 6) ma necessita di tempi più lunghi per ricaricarsi rispetto a una più piccola. Ne consegue che ogni faglia ha “tempi di ricorrenza” caratteristici, variabili da qualche decina di anni a svariati secoli.
Si comprende allora perché i terremoti più forti sono meno frequenti, e come l’assenza di sismicità in alcune zone non indichi necessariamente l’assenza di faglie o l’estinzione della loro attività, ma semplicemente che le faglie di quelle regioni hanno dimensioni tali da richiedere tempi di attivazione molto lunghi. La Calabria, per esempio, è la Regione dove si sono verificati i terremoti italiani più forti in assoluto (paragonabili a quelli del Venezuela), ma terremoti così forti non si registrano ormai da più di un secolo.
Come (e perché) varia la sismicità nel nostro Paese?
I terremoti italiani interessano tutte le zone montuose e gran parte delle aree circostanti, risparmiando in pratica solo qualche settore del tavoliere delle Puglie e la Sardegna. La dinamica dei terremoti non è però la stessa dappertutto. Attualmente, le faglie inverse (vedi prima parte) presenti nelle radici della catena Alpina sono disposte in modo da risentire direttamente delle spinte compressive tra le placche. I lembi di faglia continuano perciò ad accavallarsi, com’è tipico delle faglie inverse.
Nel corso di milioni di anni però, la catena si è spostata verso nord e alcune delle faglie più antiche sono rimaste indietro, trovandosi ora sotto la Pianura Padana. Sono state alcune di queste faglie “arretrate” a generare il terremoto dell’Emilia del 2012 (magnitudo 5.9 e 5.8), mentre le faglie a ridosso della catena sono responsabili di terremoti come quello del Friuli del 1976 (magnitudo 6.5, 5.9 e 6.0).
La sismicità dell’Appennino ha tutt’altre caratteristiche. Questo perché l’Appennino ha risposto allo scontro tra placche non solo sollevandosi ma anche ruotando in senso antiorario, fino a disporsi di traverso tra Africa ed Europea. Le faglie appenniniche si ritrovano perciò orientate in modo tale da risentire meno delle spinte compressive. Di conseguenza, i lembi che prima si erano accavallati ora tendono a “scivolare” verso il basso lungo faglie dirette (vedi prima parte). Come risultato, la catena subisce distensione e abbassamento invece che compressione e sollevamento, facendo affiorare le faglie in superficie e aumentandone così la distruttività (a parità di magnitudo).
I terremoti dell’Irpinia (1980, magnitudo 6.9), dell’Umbria-Marche (1997, magnitudo 5.7 e 6.1; 2016, magnitudo 6.0 e 6.5) e dell’Abruzzo (2009, magnitudo 6.3) riflettono questo “collasso” della catena (da cui dipende anche la minore elevazione rispetto all’arco Alpino).
Nella Sicilia Tirrenica la catena è nuovamente orientata come quella Alpina e le spinte comprensive tornano ad attivare le faglie inverse in profondità; un triste esempio è il terremoto del Belice (1968), anch’esso caratterizzato da scosse multiple (magnitudo 6.1 e 6.4). Molto più complessa è invece la geologia dei terremoti della Calabria, essendo questa interessata da un fenomeno particolare, noto come “subduzione”: la placca ionica si sta letteralmente infilando sotto la Calabria, generando sia sismicità lungo faglie inverse profonde, sia lungo faglie distensive più superficiali; a quest’ultime si devono i devastanti terremoti del 1905 e del 1908, entrambi di magnitudo superiore a 7.
I terremoti non si possono prevedere. Ma si possono prevenire
Tutte le faglie, quando attivate, danno luogo a una serie di scorrimenti ravvicinati, generando una “sequenza sismica”. A volte, la scossa principale segna l’inizio della sequenza (come nel caso del terremoto di Marche e Umbria), ed è seguita poi da scosse minori ma non necessariamente deboli. Altre volte, l’attivazione avviene con una serie di piccole scosse seguite da una più grande (come nel caso del terremoto dell’Aquila). L’attività di una faglia si manifesta anche con una sequenza di sole scosse piccole.
Non c’è una relazione tra il tipo di sequenza, l’entità delle scosse e il tipo di faglia o di contesto geologico. Se a questo aggiungiamo l’incertezza nel determinare i tempi di caricamento di una faglia, si capisce perché non è possibile mettere a punto un metodo affidabile per prevedere un terremoto. Per questo motivo è importante lavorare al meglio sulla prevenzione, che in un Paese estesamente sismico e ricco di centri storici come il nostro comporta certamente costi elevati, ma mai quanto quelli di una ricostruzione post evento. Per non parlare del valore incalcolabile delle vite umane.
Il dramma del Venezuela deve quindi ricordarci che il nostro percorso verso una difesa efficace dai terremoti è ancora incompiuto, e lo sarà fino a quando, grazie una reale consapevolezza del rischio sismico, non saremo in grado di concepire e dare continuità a progetti a lungo termine per la prevenzione, cosa per ora incompatibile con la cronica frammentazione delle forze politiche e la precarietà dei governi.
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