«La sopravvivenza di un gene è intimamente connessa alla sopravvivenza dei corpi che esso contribuisce a fabbricare, perché il gene viaggia al loro interno e muore con loro»
Richard Dawkins
Tutto succede in un momento. Vivido, e quasi eterno, come in un impossibile ossimoro.
Trovarsi dispersi da qualche parte può essere frutto di una scelta presa a sangue freddo, oppure il risultato di un errore di calcolo e di valutazione dei rischi.
Non sapremo mai quale caso sia stato questo.
Non conosciamo nemmeno l’identità della donna. Soltanto la sua età. 47 anni. E abbiamo una data, il 25 novembre 2020.
In quel giorno, infatti, un impiegato dell’U.S. Forest Service nota la sua auto in un parcheggio contiguo al Dry Canyon Trailhead, a sud di Salt Lake City.
Nulla di anomalo, senonché il veicolo continua a rimanere fermo anche nei giorni successivi.
Solo dopo un paio di settimane, temendo il peggio, scattano le ricerche che interessano tutta l’area. Alcuni membri dell’Ufficio dello Sceriffo, insieme a un gruppo di volontari, iniziano a battere la zona, cercando tracce della donna. Un piccolo aereo supporta dall’alto le ricerche, considerata la vastità della zona e i dislivelli.
La presenza dei canyon, di punti scoscesi e di ampie zone di vegetazione non agevolano l’individuazione della scomparsa.
Sembra che il Dry Canyon l’abbia inghiottita in sé, proprio come aveva fatto con il giovane Everett Ruess, di cui abbiamo parlato alcuni episodi fa.
Ancora una volta, sembra assurdo perdersi in una zona così turistica e così ben segnalata.
Oppure non si tratta di una scomparsa.
Forse è un allontanamento volontario. Forse il maestoso Dry Canyon è diventato una casa.
Implacabile, con temperature torride di giorno e picchi di gelo nella notte.
Con cibo che non è vero cibo. Con acqua prelevata dai punti accessibili del canyon.
Forse non è una scomparsa.
Forse la donna non aveva altro luogo in cui rifugiarsi.
L’hanno trovata dopo cinque mesi.
Viva, seppure in condizioni di fortissima denutrizione e disidratazione.
Ha raccontato di aver mangiato quello che capitava.
Anche erba, anche muschio.
Una tenda, piantata nei pressi del Diamond Fork, l’ha accolta. La mancanza di turisti dovuta alla pandemia ha reso quel luogo isolato ancora più remoto.
Eppure, per quanto crudo e inospitale, è stato casa.
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com






