La tragedia dei migranti nel Mediterraneo miete vittime quotidianamente. Ci commuoviamo, ci indigniamo, non tutti per la verità, ma dimentichiamo in fretta.
Era il 1973 quando, per la prima volta, gli ingressi nel territorio italiano di cittadini provenienti da altri Paesi superarono gli espatri degli emigrati italiani. Da quell’anno l’Italia è diventata ufficialmente anche Paese di immigrazione.
Finché perdurerà il profondo divario tra Nord e Sud del mondo, tra le ricchezze possedute da una ristretta percentuale di umanità e l’estrema povertà di interi popoli, si moltiplicheranno i grandi flussi migratori. Del resto l’uomo è per sua natura migrante; da che mondo è mondo cerca di spostarsi alla ricerca di condizioni di vita migliore.
Sintetizzando si può dire che le migrazioni sono generate da due fattori determinanti: espulsione e attrazione. All’interno di queste due grandi categorie c’è una varietà di ragioni che possono generare la decisione di partire, ma sostanzialmente la spinta migratoria è sempre sostenuta dalla fame. Fame intesa in senso proprio, ossia mancanza di cibo, o come metafora di ciò che manca: diritti, libertà, possibilità di realizzare le proprie aspirazioni.
Forse nel 1973 non si comprese subito che il fenomeno era tutt’altro che passeggero; e ancora oggi, nonostante i fatti dimostrino inequivocabilmente di essere di fronte a un fenomeno strutturale e in continua crescita, si ha l’impressione di essere alla prima ora, sentiti gli argomenti primitivi con cui si tratta l’immigrazione.
Si inveisce contro scafisti delinquenti e senza scrupoli, che a cuor leggero scaraventano la gente in mare. Certo, è più facile addossare la colpa ad altri, trovare un capro espiatorio. La questione in realtà è assai più complessa. Di fronte alle tragedie che si susseguono siamo chiamati tutti a riflettere. Serve rendersi conto che dobbiamo metterci anche noi in cammino per passare dalla cultura dell’indifferenza alla cultura della differenza. E da questa alla convivialità delle differenze.
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