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stai leggendo Thomas Henry Huxley, il genio autodidatta
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piccole storie di grandi naturalisti

Thomas Henry Huxley, il genio autodidatta

Thomas Henry Huxley, il genio autodidatta

Alfonso Lucifredi Alfonso Lucifredi 6 Nov 2017

L’inglese Thomas Henry Huxley (1825-1895) è stato uno dei biologi più celebri e rispettati dell’era Vittoriana. Eppure, il suo essere costantemente associato a Charles Darwin (lui stesso si era definito “il mastino di Darwin” per la passione e il coinvolgimento con cui difendeva pubblicamente le teorie del celebre collega) forse non rende giustizia a una carriera che è stata incredibilmente varia e proficua, indipendentemente dalla sua amicizia col padre dell’evoluzionismo. Huxley rappresenta la perfetta incarnazione del naturalista ottocentesco: competente, appassionato, poliedrico. Figlio di un insegnante di matematica, a soli 10 anni, dopo solo due anni di frequentazione, fu costretto ad abbandonare la scuola a causa delle difficoltà finanziarie della famiglia. Ciononostante non si diede per vinto e continuò gli studi da autodidatta, con risultati sorprendenti: imparò da solo il tedesco, il greco e il latino, approfondì le materie scientifiche e divenne anche un abile illustratore. Grazie al suo impegno, poté ricominciare gli studi e ottenere una piccola borsa di studio. Venne ammesso all’ospedale Charing Cross, dove poté studiare medicina. Non arrivò però mai a laurearsi: appena gli fu possibile, infatti, fece domanda di ammissione alla Royal Navy. Come per molti suoi contemporanei, la sua gioventù fu così segnata da un viaggio avventuroso in terre esotiche: grazie ai suoi studi medici, Huxley poté infatti imbarcarsi sulla HMS Rattlesnake come assistente chirurgo, a soli 21 anni. Il viaggio lo portò in Australia e Nuova Guinea, terre ai tempi in gran parte inesplorate.
Durante questo viaggi, Huxley si dedicò soprattutto allo studio degli invertebrati marini. Identificò per primo il gruppo animale che oggi chiamiamo Cnidari (polipi e meduse) e classificò correttamente un gruppo di misteriosi animali marini, chiamati Appendicolarie: risolvendo un enigma irrisolto da anni, li identificò come come appartenenti al gruppo dei Tunicati, un sottotipo dei Cordati strettamente imparentato coi Vertebrati.
Fu un brillante paleontologo e anatomista comparato. Identificò un elemento dei follicoli piliferi che ancora oggi porta il suo nome, lo strato di Huxley. Ideò inoltre il termine “agnostico”, per identificare una posizione meno drastica dell’ateismo nei confronti delle tematiche religiose. Fu anche uno dei primi, a ragione, a sostenere che i moderni uccelli fossero diretti discendenti di un gruppo di dinosauri.
Ma, nonostante una brillante carriera scientifica che lo rese influente a tal punto da far nascere i primi corsi di laurea in biologia nel Regno Unito, la sua fama arrivò principalmente dal suo grande talento oratorio. È ancora oggi celeberrimo il suo scontro col vescovo Samuel Wilberforce, detto “il viscido”, in difesa delle teorie dell’amico Darwin, nel 1860. Ma non solo: un’altra diatriba, in questo caso con il celebre biologo Richard Owen, riguardò l’origine dell’uomo e la sua parentela con gli altri animali. Owen rifiutava di accettare un’origine comune tra l’uomo e le scimmie antropomorfe e, a sostegno di questa idea, sostenne che un elemento del cervello (chiamato ai tempi “ippocampo minore”, oggi noto come calcar avis) fosse esclusivo dell’essere umano. Ma Huxley dimostrò, facendo dissezioni pubbliche di vari cervelli di scimmia, come questo fosse presente anche in altri animali. Il dibattito prese il nome di “Great hippocampus question” e occupò le prime pagine dei giornali inglesi per alcuni anni. Il ruolo dell’uomo, non più creatura a sé stante ma parte integrante del regno animale, venne così ben riassunto nel libro “Il posto dell’uomo nella natura” del 1863, uno dei tanti capolavori del genio autodidatta di Huxley.

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