Il primo trafficante ad avere avuto l’idea di usare gli animali come mezzo utile per nascondere la droga non era certo uno sprovveduto: era Pablo Escobar, capo del cartello del narcotraffico di Medellin, in Colombia.
Aveva fatto costruire uno zoo privato presso la sua hacienda Nápoles, riempiendolo di animali di ogni genere, tra cui i famosi ippopotami, che in seguito furono liberati e oggi vivono numerosi nel tratto di fiume dietro la fattoria.
Escobar, quindi, non solo fece danni con il narcotraffico, ma riuscì anche a creare danni ambientali con la lavorazione della coca e inserendo una specie africana in Colombia, che ha generato problemi che lo Stato non ha ancora affrontato.
Tornando ai fatti di casa nostra, era evidente che non ci fosse tempo da perdere. Avevamo intercettato finalmente un pezzo di quella che pareva un’autentica associazione per delinquere, basata sul traffico di animali. Del resto, in Emilia c’erano tre o quattro personaggi di spicco in questo settore, molti dei quali in seguito si sarebbero riconvertiti nel più remunerativo e meno rischioso traffico di cuccioli dai Paesi dell’Est.
Pochi giorni dopo, fatti alcuni accertamenti tramite i colleghi di Modena, inviammo un ulteriore supplemento al nostro rapporto, chiedendo al pretore di Milano un mandato di perquisizione per l’allevamento di ornitologia di Gianni L., nel Modenese.
A lui ci portava la scimmietta che era stata data all’Isola degli animali di Milano senza alcuna documentazione di provenienza: né per la Cites, né fiscale. E, dati i divieti in essere, era altrettanto evidente che l’animale fosse stato introdotto in Italia di contrabbando per essere commercializzato illegalmente.
Qualche giorno prima di richiedere il mandato, ci eravamo recati nel negozio di via Procaccini per verificare la presenza e lo stato degli animali sotto sequestro e scattare qualche fotografia alla scimmietta. In quell’occasione, Salvatore ci aveva confidato di avere parlato al telefono con Gianni, per chiedergli conto di quanto accaduto: per tutta risposta, l’uomo si era molto adirato con lui, per averci indicato la provenienza dell’animale.
In questo modo, il nostro obiettivo era stato messo sul chi vive, cosa che poteva anche non essere del tutto negativa.
Nemmeno noi, però, eravamo rimasti a guardare. In attesa di avere dal magistrato il via libera alle perquisizioni, avevamo raccolto molte informazioni sul suo conto, che davano sempre l’identico risultato: il proprietario dello zoo era molto chiacchierato e risultava al centro di un vasto commercio illegale di animali.
Un fatto da non sottovalutare anche per i pericoli sanitari, sempre possibili quando degli animali varcano la frontiera al di fuori di regole e controlli. In quegli anni, moltissimi animali provenivano da catture operate in natura, nei Paesi d’origine, e da trasporti che eludevano ogni controllo, sia sulla legittimità sia sanitari, e ciò amplificava il rischio di contagi di malattie anche molto gravi come, per le scimmie, un ceppo dell’Hiv.
A questo bisognava aggiungere il grande bagaglio di sofferenze che il commercio portava con sé. Durante i viaggi la maggioranza degli animali moriva: a causa di stress, patologie, alimentazione carente. Ma i trafficanti non se ne curavano: gli animali superstiti avrebbero ampiamente ripagato le perdite, assicurando comunque un guadagno notevole.
Episodio tratto dal libro:

“Cani, falchi, tigri e trafficanti”
di Ermanno Giudici con Paola D’Amico
338 pagine, 17,90 Euro
Sperling & Kupfer Editore




