I nomi comuni di molte specie di uccelli nel mondo, sovente derivati dalla terminologia anglofona, sono testimonianza di elementi culturali del passato, secondo la visione scientifica del XVIII e XIX secolo, fortemente influenzata dai costumi ed anche dalla logica colonialista di quel periodo, che in vari casi stridono con la diversa sensibilità di oggi.
Per questo numerose associazioni scientifiche stanno proponendo la revisione dei nomi comuni più imbarazzanti o ritenuti oggi poco “politically correct”.
Infatti, se da una parte i nomi scientifici, sono regolati dal Codice internazionale di nomenclatura zoologica (ICZN) che li definisce secondo regole ben precise, tra cui la necessità della nomenclatura binomiale (o trinomio per sottospecie), la mancanza di ridondanza per ogni genere all’interno di ciascun Regno e la regola critica di dare la priorità al nome più vecchio correttamente pubblicato, per i nomi comuni invece non esiste. Si arriva così a spesso a utilizzare nomi di fantasia, onomatopeici, dialettali e, a volte, appunto “inopportuni”.
Un recente articolo uscito sulla rivista IBIS a cura di Roberta Drive ed Alexander Bond fa il dunque punto sulle varie iniziative finalizzate appunto a correggere i nomi di uccelli comuni ritenuti imprecisi, offensivi o inappropriati.
Il lavoro affronta in particolare i casi di studio provenienti da regioni con una storia di colonialismo, tra cui Sud Africa e Nord America, nonché sull’implementazione dell’uso di nomi indigeni per varie specie della Nuova Zelanda.
Come molti aspetti della scienza, i nomi comuni degli uccelli in tutto il mondo sono spesso originati dalla prospettiva europea, che per lunghi secoli a dominato soprattutto il “nuovo” mondo (Americhe e Oceania), riflettendo la prospettiva dei coloni europei che coniarono nomi di uccelli sulla loro espansione e rivendicano il territorio.
Questa prospettiva è radicata nei nostri nomi comuni; per esempio, alcune delle famiglie più importanti di uccelli nordamericani conservano un nome europeo nonostante si trovino nelle Americhe. Avvoltoi (Cathartidae), pigliamosche (Tyrannidae), pettirossi (Turdidae), codirossi e capinere (Parulidae, Peucedramidae), passeri (Passerellidae), merli e rigogoli (Icteridae) e zigoli (Cardinalidae) prendono tutti il nome da una controparte europea, sebbene non formino cladi filogenetici con i loro omonimi europei corrispondenti.
In altri casi (per esempio in Nuova Zelanda o in Australia) il nome comune in inglese è stato “ribattezzato” con termini presi dalle lingue indigene.

Il rondone dalla groppa bianca (Apus caffer), ex “kafferseglare”. © Derek Keats/CC BY 2.0
Gli svedesi, attraverso Birdlife Sweden, sono stati tra i primi in Europa a effettuare tali revisioni, ribattezzando dieci specie con nomi comuni ritenuti obsoleti o offensivi.
Per esempio, i nomi che sono stati cambiati includevano quattro specie che usavano la parola svedese “neger” (che significa “negro”) come aggettivo (Barkham 2015). Questi sono stati sostituiti con la parola “svart”, che significa “nero”.
Oppure il caso del rondone dalla groppa bianca (Apus caffer), precedentemente noto come “kafferseglare” in svedese , dove le sillabe “kaffer” provengono da “kaffir”, un insulto dispregiativo usato dai sudafricani bianchi per riferirsi ai sudafricani neri.
O ancora accettando come nome comune il termine inglese dell’Hoatzin (Opisthocomus hoazin) e cancellando quello originale svedese “zigenarfågel”, che significava “uccello zingaro”.
Eccesso di attenzione a questioni di lana caprina? Volontà di essere “politically correct” a tutti i costi e in tutti i campi?
Fatto sta che anche nell’ornitologia è in corso una sorta di piccolo revisionismo semantico, a testimonianza dei cambiamenti anche colturali in corso e soprattutto di una mutata sensibilità rivolta anche al linguaggio che interessa la natura.
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