di Zenab Irshaid
biologa marina e volontaria di Worldrise
La COP (Conference of the Parties) è il principale vertice mondiale sul clima, in cui i Paesi firmatari della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici si riuniscono per definire obiettivi, strumenti e strategie comuni per contrastare il riscaldamento globale. Ogni anno rappresenta un banco di prova dell’impegno internazionale nel trasformare promesse in azioni concrete.
La COP30, svoltasi dal 10 al 21 novembre 2025 a Belém (Brasile), è stata un appuntamento decisivo per rilanciare l’azione climatica globale. Per la prima volta la conferenza si è svolta nel cuore dell’Amazzonia, dove il più grande fiume del mondo incontra l’oceano: un luogo simbolico che ricorda quanto i sistemi terrestri e marini siano profondamente interconnessi.
In un momento in cui gli impatti del cambiamento climatico sono sempre più evidenti, la COP30 ha cercato di trasformare gli obiettivi dei Paesi in impegni più chiari e concreti.
Tra i temi affrontati, il mare ha ricevuto finalmente una maggiore attenzione, riconosciuto non solo come vittima del riscaldamento globale, ma come parte fondamentale delle soluzioni.
Un ruolo centrale lo ha avuto il Virtual Ocean Pavilion, spazio di confronto tra scienziati, attivisti, istituzioni e policy maker. Qui si sono discussi temi chiave come biodiversità marina, resilienza costiera, economia blu e il ruolo degli ecosistemi marini nella mitigazione climatica. Mangrovie, praterie di fanerogame e barriere coralline sono state al centro del dibattito, come esempi di “soluzioni naturali” capaci di assorbire CO₂ e proteggere le comunità costiere.
Da questo lavoro è nata la Belém Ocean Declaration, che chiede impegni chiari e rafforzati: dal riconoscimento dell’oceano come regolatore climatico alla necessità di nuovi finanziamenti per il monitoraggio marino e lo sviluppo di tecnologie utili a osservare e comprendere i cambiamenti in atto.
Un altro segnale importante è arrivato dalla Blue NDC Challenge, che incoraggia i Paesi a integrare misure oceaniche all’interno dei loro impegni climatici nazionali (NDC). Si registra un aumento delle azioni legate al mare: restauro delle mangrovie, sviluppo dell’energia offshore, decarbonizzazione del trasporto marittimo e tutela della biodiversità profonda. Non si tratta di accordi vincolanti, ma rappresentano un passo avanti nel considerare il mare come elemento strutturale delle strategie climatiche.
Accanto ai progressi, restano diverse criticità. Attivisti e ONG hanno denunciato la lentezza nell’erogazione dei finanziamenti dedicati alle “soluzioni blu”, oltre a riportare l’attenzione su questioni urgenti come l’estrazione mineraria in acque profonde e lo sfruttamento eccessivo delle risorse marine. Al centro del dibattito anche il nodo della finanza climatica: la roadmap proposta dal Brasile per mobilitare 1,3 trilioni di dollari l’anno ha sollevato dubbi sulla disponibilità effettiva dei fondi necessari, soprattutto per i Paesi più vulnerabili.
In sintesi, la COP30 non ha generato rivoluzioni, ma ha consolidato un punto fondamentale: l’oceano sta entrando stabilmente nel cuore del dibattito climatico globale e la sua tutela è ormai riconosciuta come parte imprescindibile della lotta al cambiamento climatico.
Il ruolo di Worldrise e dell’Alleanza 30×30 Italia
Nel panorama internazionale che guarda sempre più al mare come alleato climatico, realtà come Worldrise e le oltre 100 organizzazioni dell’Alleanza 30×30 Italia rappresentano un esempio concreto di azione sul territorio. L’iniziativa promuove la protezione del 30% dei mari italiani entro il 2030, attraverso progetti di conservazione, divulgazione scientifica e coinvolgimento delle comunità.
In un contesto come quello della COP30, il lavoro dell’Alleanza dimostra quanto sia fondamentale costruire percorsi locali credibili per contribuire agli obiettivi globali: dalla tutela degli ecosistemi marini alla sensibilizzazione delle nuove generazioni, fino al supporto alle politiche pubbliche per una gestione più sostenibile del nostro mare.
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