Lo scorso dicembre è stata annunciata la scoperta di orme di dinosauro nella Val di Fraele (Alpi Retiche lombarde), non lontano dal Parco Nazionale dello Stelvio. Non è una novità: la storia dei dinosauri italiani è essenzialmente una storia di orme, con rarissimi ritrovamenti di ossa: appena sei. Verrebbe quindi da chiedersi: quanto è importante il nostro patrimonio “dinosauriano” sapendo che altri Paesi riempiono i musei di scheletri di ogni tipo?
La risposta a questa domanda è una storia geologica raccontata in tre “puntate”: questa prima parte descrive età e distribuzione delle orme e il modo in cui si formano; la seconda riassume le diverse tipologie e a quale “gruppo” di dinosauri si associano; la terza ricostruisce la biodiversità dei dinosauri italiani e il suo significato paleoambientale e paleogeografico, per certi versi sorprendente.
Montagne di orme
I siti italiani di orme presentano sia impronte isolate, sia “piste” camminate da più individui di specie diverse; in alcuni casi si contano centinaia o migliaia di impronte. Si trovano quasi tutte in località di montagna, lungo il settore meridionale della Catena Alpina (Dolomiti e Prealpi di Trentino, Veneto, Friuli e ora anche Lombardia) e in varie zone dell’Appennino (Toscana, Lazio e Abruzzo), fino ad arrivare in Puglia (Fig. 1).
Il “calendario” della Terra
Le nostre orme testimoniano diverse fasi della lunga storia dei dinosauri, durata 180 milioni di anni. Questa storia è annotata su un “calendario” noto come “scala del tempo geologico”, dove i mesi si chiamano “periodi” e le stagioni “ere”.
I primi dinosauri compaiono nel Triassico superiore, circa 230 milioni di anni fa. Il Triassico, che inizia 250 milioni di anni fa, è il primo periodo dell’Era Mesozoica; poi viene il Giurassico (da 200 a 145 milioni di anni fa) e infine il Cretacico, terminato 66 milioni di anni fa con l’estinzione di massa che, oltre ai dinosauri, colpì il 60-70% della vita di allora.
Rocce e tempo geologico
Il tempo della scala geologica è materializzato da diversi tipi di rocce che i geologi chiamano “formazioni”. Per esempio, le orme della Val di Fraele, risalenti agli inizi della storia dei dinosauri (Triassico superiore), sono state lasciate nella formazione della “Dolomia Principale”, la stessa in cui sono scolpite le meravigliose vette dei paesaggi dolomitici.
Tutte le orme Triassiche, a parte quelle dell’Appennino Toscano (Fig. 1), sono state trovate nella Dolomia Principale, una roccia “calcarea”. Anche le orme del Giurassico e del Cretacico sono impresse in rocce calcaree delle Prealpi e dell’Appennino, differenti però dalla Dolomia Principale.
Dinosauri di montagna? No, di mare
A dispetto delle aree di ritrovamento, le orme non sono state lasciate da dinosauri di montagna, e anche la dura roccia calcarea in cui si trovano non è sempre stata parte di un versante montuoso. Anzi, la cosa più strabiliante delle orme italiane è che sono impresse in sedimenti deposti su antichi fondali marini. Il calcare è infatti un carbonato di calcio, cioè un sale minerale che si trovava disciolto in acqua marina. Nel passato, come oggi, molti organismi (molluschi, echinodermi, coralli, briozoi, alghe e microplancton animale e vegetale) erano in grado di estrarre questi sali dall’acqua per costruire gusci e scheletri. Dopo la loro morte, i resti calcarei si depositavano sul fondo, dove anche le conchiglie più grandi venivano ridotte in un fine sedimento “organogeno”.
L’oceano Tetide e la “proto-Italia”
Oltre alla sedimentazione sul fondo, gli organismi calcarei contribuivano alla costruzione di barriere corallino-algali sotto forma di “piattaforme carbonatiche” e atolli, creando così paradisi non dissimili dalle attuali Maldive o Bahamas. Dal Triassico al Cretacico questi ambienti si estendevano lungo un vasto oceano tropicale noto come Tetide, all’interno del quale ricadeva la “proto-Italia”: estesi fondali marini poco profondi ma anche spiagge, lagune e piane di marea dove i dinosauri potevano effettivamente camminare e lasciare orme che, in alcuni casi, si sono fossilizzate.
Milioni di anni dopo, questi stessi fondali sono finiti nel “tritatutto” geologico che ha fatto emergere la nostra penisola: l’orogenesi.
Come si forma un’orma
La fossilizzazione è il processo di “pietrificazione” che trasforma la sostanza organica in un minerale simile alla roccia che la ingloba: i fluidi intrappolati nel sedimento dissolvono la sostanza organica sostituendola, molecola per molecola, con altri minerali più stabili presenti nei fluidi. Nel caso delle orme di dinosauro, la sostanza organica (piedi e mani) è stata inglobata dal sedimento solo per un attimo, quanto è bastato per creare un’impronta che poi si è pietrificata al loro posto.
- © Jossiano via pixabay.com
- Figura 2
La fossilizzazione delle orme richiede che vengano seppellite prima di essere cancellate; ciò può accadere se sono state impresse in un fango ancora morbido ma in via di essiccamento. Un’orma essiccata e indurita è un “calco” che può essere riempito di sedimento che poi secca e si indurisce a sua volta, creando così una “contro-impronta”. Una volta seppellita l’orma pietrifica, cioè fossilizza; successivamente, l’orogenesi e l’erosione possono riesumarla come calco (una “buca”) o contro-impronta in rilievo (Fig. 2).
Le orme italiane sono importantissime perché fossilizzano in ambienti dove raramente fossilizza lo scheletro del dinosauro che le ha lasciate, oltre che per ciò che raccontano, come vedremo nelle prossime puntate.
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