Tra i pochi risultati positivi dell’appena conclusa COP26 c’è stata l’attenzione posta sul metano. Questo gas, il CH4, se emesso in atmosfera incombusto ha un potenziale climalterante addirittura tra le 20 e le 30 volte superiore a quello dell’anidride carbonica.
Analizzando le fonti di emissioni antropiche di metano, dal rapporto dell’International Energy Agency (IEA) si scopre che provengono principalmente da tre settori: le aziende di estrazione di combustibili fossili (responsabili del 35%) soprattutto a causa di perdite delle condotte di estrazione e distribuzione; le discariche dalla rapida degradazione di rifiuti solidi (20%); l’industria agroalimentare che fa la parte del leone (40%), soprattutto con l’allevamento intensivo di bestiame.
Le emissioni di metano dal settore zootecnico sono causate dagli animali ruminanti (bovini, bufali, pecore e capre) che producono metano durante il processo digestivo (fermentazione enterica).
Inoltre, durante lo stoccaggio di letame si forma metano in presenza di condizioni anossiche. Questo tipo di emissioni è aumentato negli anni a causa dell’aumento del numero di animali allevati a livello mondiale.
Intervenire sui mangimi
Uno dei fattori che può condizionare la produzione di metano da parte del bestiame dipende dalla quantità e dalla qualità dei mangimi. Per questo, gli scienziati dell’Institute for Global Food Security (IGFS) della Queen’s University di Belfast stanno studiando come nutrire gli animali da allevamento con alghe, nel tentativo di ridurre il metano emesso dai ruminanti di almeno il 30%.
Le alghe sono considerate un “superalimento” per gli esseri umani, ma aggiungerle al cibo per animali è un progetto nuovo. Le prime ricerche di laboratorio, usando alghe locali irlandesi e britanniche, hanno mostrato risultati promettenti. Precedenti ricerche in Australia e negli Stati Uniti avevano ottenuto ottimi risultati con una varietà di alghe rosse, che crescono nei climi più caldi; tuttavia, queste contengono bromoformio, un composto chimico dannoso per lo strato di ozono. Le alghe indigene del Regno Unito e dell’Irlanda tendono, invece, ad essere marroni o verdi e non contengono bromoformio.

Raccolta di campioni di alghe al Queen’s University Marine Lab di Portaferry, Irlanda del Nord. Co. Down. © Queen’s University Belfast
Le alghe britanniche e irlandesi sono anche ricche di composti attivi chiamati florotannini, che si trovano nel vino rosso e nelle bacche, che hanno proprietà antibatteriche e migliorano l’immunità naturale, quindi potrebbero avere ulteriori benefici per la salute degli animali.
Le alghe saranno aggiunte all’insilato a base di erba in test di ricerca che verranno effettuati in fattorie che allevano mucche da latte in Irlanda del Nord a partire dall’inizio del 2022.
Sharon Huws, professore di scienze animali e microbiologia presso la Scuola di Scienze Biologiche, ha detto: «L’uso delle alghe è un modo naturale e sostenibile di ridurre le emissioni e ha un grande potenziale per essere applicato su grande scala. La coltivazione di alghe, inoltre, proteggerebbe la biodiversità delle nostre coste».
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