La Pianura Padana è oggi tra le aree più inquinate d’Europa e uno degli hotspot globali per la concentrazione di gas serra. Eppure, questo territorio era un tempo un mosaico di campi coltivati, filari di alberi e viti. Documentata nei trattati agronomici sin dal Medioevo, la Coltura Promiscua ha rappresentato per secoli la forma prevalente di organizzazione agricola soprattutto tra Lombardia, Emilia-Romagna e il crinale appenninico. Nel XIX secolo si estendeva per oltre 1,9 milioni di ettari, rendendola una delle più vaste superfici agroforestali d’Europa. Il Novecento, però, ne ha segnato il rapido declino: riforme agrarie, urbanizzazione accelerata e meccanizzazione hanno favorito l’espansione delle monoculture intensive, riducendo drasticamente la diversità del paesaggio.

Esempio della trasformazione radicale avvenuta in Pianura Padana negli ultimi 70 anni. In alto, situazione nel 1954, paesaggio rurale dominato da sistemi agroforestrali. In basso, situazione attuale (immagine satellitare del 2024) che mostra la quasi totale scomparsa di Coltura Promiscua, sostituita da monocolture intensive. © UNIMI
Reintrodurre la Coltura Promiscua
Ora, uno studio internazionale, condotto dall’Università degli Studi di Milano e dal Massachusetts Institute of Technology (MIT), evidenzia come la reintroduzione della Coltura Promiscua nella Pianura Padana potrebbe contribuire in modo significativo alla riduzione della CO₂, offrendo al contempo numerosi benefici ecologici tra cui il rafforzamento della biodiversità, la tutela del suolo e la regolazione del microclima rurale.
Attraverso un approccio interdisciplinare che combina l’analisi di fonti storiche con strumenti computazionali avanzati, i ricercatori hanno stimato che, in passato, la Coltura Promiscua era in grado di immagazzinare in media oltre 75 tonnellate di carbonio per ettaro.
I risultati dello studio dimostrano che il recupero oggi di questa tecnica agricola potrebbe aumentare la capacità di sequestro del carbonio atmosferico del paesaggio rurale fino al 12%.

Carta storica di un podere in provincia di Parma (localizzazione incerta) di fine 1600. Si vedono benissimo gli alberi della Coltura Promiscua. © UNIMI
Un patrimonio culturale e identitario
Nella Pianura Padana il settore agricolo produce circa il 55% delle emissioni complessive di gas serra di tutta l’agricoltura italiana. «In questo contesto così critico, restaurare la Coltura Promiscua non solo aumenterebbe la capacità di stoccaggio del carbonio atmosferico, ma apporterebbe anche molteplici benefici ambientali tipici dei sistemi agroforestali: migliorare la fertilità del suolo, ridurre i fenomeni erosivi, regolare i cicli idrici, favorire la biodiversità vegetale e animale, sostenere gli impollinatori, limitare l’impatto dei parassiti, migliorare la qualità dell’aria e contribuire alla regolazione del microclima rurale.
Oltre al contributo ecologico, la Coltura Promiscua rappresenta anche un patrimonio culturale e identitario: un paesaggio storico che ha dato forma all’ambiente rurale e alle comunità della Pianura Padana. La sua scomparsa non ha significato soltanto perdita di biodiversità e di capacità ecologica, ma anche una frattura culturale nella trasmissione del sapere agricolo tradizionale» spiega Filippo Brandolini, Marie Curie Fellow presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Milano e il Massachusetts Institute of Technology (MIT), coordinatore dello studio.
L’articolo “Data-driven scenario analysis supports the revival of historic silvoarable systems for carbon smart rural landscapes” è stato pubblicato sulla rivista Scientific Reports.
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